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Vita delle piante

Questa sezione illustra dapprima i fattori di crescita per poi trattare le modalità con cui avviene la fioritura delle piante grasse e di come si effettua la fecondazione artificiale. Si parla dell'impollinazione, della germinazione, della formazione dei frutti e dei semi. Infine si danno informazioni sul ciclo vitale, sull'adattamento all'ambiente e sull'alleanza fra piante, insetti e uccelli. Vengono inoltre presentati gli ambienti tipici in cui le succulente vivono in natura e i relativi planisferi.


NOTE DI BOTANICA

 LA NOMENCLATURA 
Già Aristotele (384/322 a.C.) aveva effettuato tentativi per cercare di mettere ordine nella intricata materia della varietà degli individui, attraverso schemi che potessero risultare semplici ed al tempo stesso precisi. La classificazione degli organismi è un sistema gerarchico di livelli entro altri livelli, basata su ipotesi evolutive (secondo quanto individuò Darwin) che nel caso delle succulente, poiché di origine piuttosto recente sono, allo stato attuale delle conoscenze, di difficile catalogazione e la causa primaria della confusione tassonomica che le contraddistingue. L'odierno sistema di nomenclatura latina a carattere binomiale è dovuto al naturalista svedese Carlo Linneo (1707-1778). I criteri seguiti nella moderna classificazione sono l'anatomia, gli stadi di sviluppo, le affinità biochimiche (sequenza degli amminoacidi nelle proteine codificate dal DNA).
Ecco le principali regole di Nomenclatura:
Ogni taxon, plurale taxa (genere, specie, ecc.) può avere un solo nome corretto che di regola è rappresentato dal primo nome pubblicato e ciò in virtù del “principio di priorità”. Tuttavia anche tale principio ammette delle eccezioni come avviene, ad esempio, per nomi i quali pur non essendo stati assegnati per primi, vengono ugualmente usati, a volte per ragioni di convenienza pratica. 
I nomi scientifici assegnati ad un determinato taxon devono essere in latino, ovvero latinizzati nel caso provengano da un’altra lingua. Le regole sulla nomenclatura posso agire retroattivamente.                     

LE DEFINIZIONI TASSONOMICHE
Il Regno Piante, per quanto di nostro interesse, risulta ora rappresentato dalle Spermatofite (Fanerogame) caratterizzate dalla produzione di semi; le Spermatofite si suddividono in Angiosperme (con semi e fiori), e Gimnosperme (semi senza fiori); le Angiosperme a loro volta si distinguono in Dicotiledoni (due cotiledoni) e Monocotiledoni (un solo cotiledone).   
Ai nostri fini sono importanti le famiglie che riuniscono piante aventi caratteri principali ben individuabili. Si aggiunge la desinenza aceae. Con la eventuale sottofamiglia la desinenza diventa oideae.      
Le tribù accolgono piante con alcuni caratteri diversi da altri soggetti all'interno della stessa famiglia. Si aggiunge la desinenza eae, (inae in caso di sottotribù).         
Il genere comprende specie affini con alcuni caratteri in comune. Costituisce il cognome della pianta, si scrive in latino con la lettera iniziale maiuscola, deve essere un sostantivo ed essere costituito da una sola parola. L'impollinazione fra specie diverse dello stesso genere costituisce un ibrido. In alcuni casi può esserci la presenza di un sottogenere, di una sezione, di una sottosezione, di una serie e di una sottoserie.    
La specie (sp) accomuna piante aventi tutti i caratteri in comune. Costituisce il nome della pianta (epiteto), può essere composto anche da due parole unite mediante trattino e va sempre espresso in latino ma con la lettera minuscola. Può essere un aggettivo che in tal caso concorda col genere, o un sostantivo per cui può non concordare, o un nome di persona, che non concorda mai. L'impollinazione fra due piante della stessa specie produrrà piante simili ai loro genitori. Se non si è sicuri del nome assegnato lo si fa precedere da cfr (confronta)Se non si conosce la specie questa la si indica con sp (species).            
La sottospecie (ssp o subsp) costituisce un gruppo sistematico di rango inferiore alla specie e da cui differisce per qualche caratteristica importante.
La varietà. Quando dai semi di una pianta si ottengono soggetti con caratteristiche diverse dalla pianta madre si assegna un terzo nome preceduto dall'abbreviazione var. o v.        
Cultivar. Varietà selezionata od ottenuta esclusivamente mediante coltivazione attraverso ibridazioni o selezioni. Il nome della cultivar si racchiude fra virgolette semplici (ad es. Crassula multicava 'Panache') con carattere diritto e con l'iniziale maiuscola, in aggiunta al nome notogenerico. Non è riconosciuta dalla classificazione ufficiale (I.C.S.G.). In passato si era soliti indicare una cultivar con cv.
Forma: (f. o fa) sta ad indicare una forma particolare assunta da alcune piante e che ne ricorda la foggia. Neppure questa è riconosciuta dalla classificazione ufficiale.
Altre abbreviazioni: hort. Indica una origine orticola; aff. Indica affinità in caso di identificazione insicura; sp. nov. indica una nuova specie ancora non classificata; syn sta per  sinonimo.
Gli ibridi possono invece avere sia un'origine naturale che artificiale, per cui possono essere indicati dalla combinazione dei due nomi delle specie genitrici separati da una "x" (leggi per), come in Haworthia truncata x maughanii o da un binomio riferito alla specie come accade in Sempervivum x roseum e in Echeveria x kirchneriana. Altro esempio:  Crassula ausensis x pyramidalis 'Starburst'.
Se l'ibrido scaturisce da due generi diversi è permesso attribuire un nuovo nome detto "notogenerico" formato per intero o in parte dai due nomi delle piante genitrici come ad esempio avviene in Pachyveria (Pachyphytum + Echeveria) e in Aporophyllum (Aporocactus + Epiphyllum).
Tutti i nomi botanici si scrivono in corsivo fatta eccezione per  sottospecie  e  cultivar per le quali è invalso l’uso dei caratteri diritti.
I nomi botanici possono essere fatti seguire dal nome del primo autore (patronimico), cioè del ricercatore che per primo ha descritto il genere o la specie e gli ha assegnato un nome, che può essere il proprio o quello in onore di un altro personaggio. Il nome spesso lo si scrive abbreviato. Si può anche aggiungere l’anno della prima pubblicazione, il tutto con caratteri diritti.
In caso di variazione del rango tassonomico, ovvero di trasferimento di una specie ad altro genere, l’autore del nome si indica come basionimo e lo si pone fra parentesi dinanzi al nome dell’autore che ha originato lo spostamento, ad es. Cheiridopsis rostrata (L.) N.E. Br.
Le doppie virgolette più carattere diritto, ad es. “Christine”  si usa in  caso di un soprannome non riconosciuto o non registrato.
In caso di sinonimia, quando un genere (o una specie) ha ricevuto uno o più nomi diversi, va usato il più anteriore, così pure in caso di omonimia, quando uno stesso nome viene riferito a due generi diversi o due differenti specie nell’ambito dello stesso genere. 
Il Field number (numero di campo) è rappresentato da una sigla, e sta ad indicare che quel determinato campione, sia esso una pianta o dei semi, sono stati raccolti, da personale specializzato ed autorizzato, in una determinata area geografica e che pertanto costituisce una specie di certificato di origine. Tuttavia ciò non è sempre vero a causa delle ibridazioni che il soggetto originario può aver subito nel tempo ad opera di vivaisti e coltivatori poco accorti che hanno consentito l'impollinazione con piante aventi un diverso field number o peggio appartenenti a specie diverse. Queste piante, ed i semi da esse prodotti, dovrebbero perdere tale qualifica anche se spesso ciò non accade per motivi di ordine commerciale.

LA PRONUNCIA DEI NOMI LATINI
Probabilmente il modo migliore per leggere i nomi botanici latini è quello di ispirarsi al latino classico, anche se non poche sono le tendenze per pronunciarli secondo la lingua nazionale del lettore. In Italia una scuola adotta la pronuncia del latino medioevale, mentre un’altra segue le norme del latino restaurato, secondo cui, ad esempio, la t non si legge z, mantiene invece il suono che le è proprio. Secondo il latino classico il dittongo ae si legge eph si legge f; z si legge t; ti + vocale si legge zi; oe si legge e; au si legge àu.
La pronuncia varia in funzione del numero delle vocali che possono essere lunghe (ē), o brevi (ĕ), variando, in tal modo, la posizione dell’accento tonico sul quale si appoggerà la voce. In latino l’accento tonico non cade mai sull’ultima sillaba, per cui non esistono parole tronche tipo 'beltà', 'verità'. Nelle parole bisillabe l’accento tonico cade sulla prima sillaba, mentre in quelle plurisillabe cade sulla penultima sillaba quando questa termina con una vocale lunga, con un dittongo, o quando le due ultime vocali sono disgiunte. L’accento cade invece sulla terz’ultima sillaba (parole sdrucciole) quando la penultima è una sillaba breve. Non vi saranno mai parole bisdrucciole cioè con l’accento oltre la terz’ultima sillaba.
I dittonghi costituiscono vocali lunghe, fatta eccezione per le parole originate dal greco.
Riepilogando, nelle parole di tre o più sillabe, si possono verificare i seguenti due casi: o la penultima sillaba è lunga, e in tal caso l’accento cade su di essa, oppure è breve ed in tal caso l'accento cade sulla sillaba precedente.
Il vocabolario latino aiuta nel valutare quando una sillaba è breve (ŭ) o è lunga (ē), sulla base dei segni posti sopra le vocali. 

 

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