Cactus e Dintorni

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Home Coltivazione Le malattie
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Le malattie

Dichiarazione di non responsabilità

L'autore declina ogni responsabilità in merito ai possibili danni causati dall'uso delle indicazioni sotto riportate e da un impiego improprio e scorretto dei presìdi sanitari citati, i cui marchi appartengono ai rispettivi proprietari. Gli insetticidi, fungicidi, acaricidi e altri chimici sono citati solo per utilità dei visitatori del portale. Se un principio attivo viene usato per la prima volta occorre eseguire una prova di fitotossicità su di una pianta. Determinati prodotti sono vendibili liberamente in alcuni paesi e vietati in altri; per certuni è richiesto il patentino fitosanitario (certificato di abilitazione all'acquisto), alcuni sono potenzialmente tossici o pericolosi per l'uomo e chi li usa lo fa a proprio rischio e pericolo, seguire in ogni caso ciò che è riportato sulla confezione. Infatti, prima di usare un determinato prodotto occorre leggere attentamente l'etichetta in merito al principio attivo, le dosi di impiego, l'azione sui parassiti, la composizione, le modalità d'uso, la classe tossicologica, la compatibilità con altri prodotti, l'epoca di trattamento, i danni arrecabili agli animali, il periodo di carenza (sicurezza), la natura del rischio: per inalazione, ingestione, assorbimento cutaneo. I prodotti non vanno tenuti nell'ambiente domestico, devono essere resi inaccessibili ai bambini e custoditi in armadio chiuso a chiave, la preparazione e i trattamenti non vanno eseguiti in casa o in serra, ma all'aperto. Ricordarsi di non operare mai contro vento; non mangiare, bere o fumare durante i trattamenti, usare guanti e mascherina, adottare abiti adatti, evitare di respirare i vapori delle sostanze ed il contatto con gli occhi e le mucose, dopo ogni trattamento lavarsi accuratamente, non inquinare e non disperdere nell'ambiente le confezioni vuote. In caso di contaminazione personale lavare immediatamente la parte ed in presenza di malore avvisare  il medico recando con sé la confezione.

AVVISO: ricevo molte e-mail con richiesta di diagnosi di malattie crittogamiche, a fronte di una sommaria descrizione o di qualche foto non sempre ben riuscita. Vorrei precisare, che in queste condizioni potrò solo fornire consigli generici. Comunque anche il fitopatologo avrebbe bisogno, per una corretta e seria diagnosi, di osservare direttamente l'esemplare e soprattutto effettuare attente ricerche in laboratorio.Occorre anche considerare che la maggior parte delle malattie crittogamiche sono incurabili poiché quando appaiono è troppo tardi per approntare una cura, in quanto il patogeno ha, nella maggior parte dei casi, già invaso il sistema vascolare e di fatto contagiato tutta la pianta in modo irreparabile.
Pur sapendo che la cura migliore contro questo tipo di malattie è la prevenzione, darò alcune indicazioni in grado di orientare la diagnosi da parte di chi può osservare 'de visu' il soggetto colpito, così da verificare anche a quale stadio trovasi la malattia, sollecitandone un intervento il più pronto possibile.

INTRODUZIONE

Una pianta è in salute se è in grado di svolgere, in modo regolare, le sue funzioni fisiologiche. Secondo Owens "La malattia è un disturbo o una deviazione dalla struttura normale o dalla fisiologia della pianta, localizzata o generalizzata, riconoscibile da qualche sintomo o segno e che produce un qualche danno alla pianta."
Affinchè un vegetale possa essere parassitato, occorre il concorso contemporaneo di almeno tre fattori: la recettività della pianta, la virulenza del patogeno, le condizioni ambientali favorevoli. Questo concetto è conosciuto come "Triangolo di Bateman": Ospite, Patogeno, Ambiente, cui a volte si inserisce un quarto elemento, il Tempo, inteso come durata della persistenza delle condizioni ambientali favorevoli all'attacco, in grado di determinarne i danni e la loro gravità.

I problemi che maggiormente assillano gli amanti delle succulente (e non solo loro), riguardano il riconoscimento e la cura delle malattie, per cui è di fondamentale importanza identificare la patologia, cosa peraltro non facile e sapere come curarla. Mantenere in salute le piante non è cosa agevole per nessuno, occorre sensibilità per capire fin dal primo momento che qualcosa non va per il verso giusto e saper intervenire con prontezza. Occorre altresì conoscere contro chi si combatte e come si comporta il patogeno.

Tutte le nostre succulente sono soggette ad ammalarsi, ma in modo e in misura diversa. Sono fattori di rischio la variabilità e l'andamento climatico, la vicinanza a piante già ammalate, le modalità di coltivazione errate, l'inquinamento dell'aria e del suolo su cui vivono. Piante coltivate a dovere crescono robuste e sono meno soggette alle malattie e comunque reagiscono alle stesse con maggiore efficacia.


FITOPATIE E PESTICIDI

PARASSITI VEGETALI
I parassiti vegetali si suddividono in quattro gruppi:
a) Funghi: trattasi di organismi microscopici, privi di motilità, in grado di riprodursi sia per via sessuata che asessuata; si insediano nei tessuti vegetali mediante filamenti detti ife, sottraendo così linfa alle piante. Le spore possono sopravvivere al freddo e alla mancanza d'acqua, pronte a germinare non appena le condizioni diventano favorevoli e a diffondersi attraverso l'acqua delle annaffiature. La maggior parte dei problemi relativi ai funghi dipende da noi stessi che inconsciamente li introduciamo nella serra ed una volta che il patogeno vi si è istallato le conseguenze possono essere veramente gravi. Il fungo può penetrare all'interno della pianta attraverso ferite del corpo o delle radici, attraverso aperture che le spore sono in grado di creare ed persino attraverso gli stomi. Molti funghi prosperano quando l'ambiente è umido, l'aria è fredda e la circolazione è scarsa o assente. Il cambiamento di queste condizioni può fermare lo sviluppo della fungosi che però può riprendere con un nuovo peggioramento della situazione. Alcuni funghi risiedono nei residui vegetali e nelle piante come Alternaria (nerume), Cercospora, Colletotricum, altri nel suolo come Phytophtora e Fusarium, anche come saprofiti (Rhizoctonia, Pythium, Sclerotium). Per tali ragioni è sconsigliabile l'uso di terra di campo che può contenere spore resistenti, organi di conservazione e malattie batteriche, a meno di ricorrere alla disinfezione con vapore a 90°C per una ventina di minuti, oppure a fumigazioni (bromuro di metile, tetracloruro di Carbonio), pratiche in verità di non facile attuazione. La prevenzione si attua, perciò, con la disinfezione dei terricci, dei semenzai, dei locali, assicurando un'adeguata ventilazione, un buon drenaggio, una concimazione equilibrata, la disinfezione dei semi.

b) Batteri (Schizomiceti): sono organismi microscopici unicellulari, procarioti, provvisti di membrana, con nucleo indistinto, hanno il diametro di qualche micron, a metà tra il regno vegetale e quello animale. Possono essere aerobi o anaerobi, si possono riprodurre ogni 20 minuti per divisione cellulare, resistere in condizioni estreme laddove ogni forma di vita è preclusa. I batteri vivono nell'aria, nell'acqua, all'interno e sulla superficie degli esseri viventi; sono copiosissimi nel terreno (da 1 a 50 milioni per grammo di suolo). Per la maggior parte sono saprofiti e soltanto pochi presentano caratteristiche autotrofiche. Molti di essi sono di grande utilità in quanto provvedono al miglioramento del substrato attraverso un processo ossidativo e di decomposizione della sostanza organica, altri fissano l'azoto atmosferico combinandolo con l'idrogeno, in modo che possa essere utilizzato dalle piante. Proliferano in condizioni favorevoli, cioè temperatura fra i 10 e i 35°C. con un optimum di 25°, elevata umidità del suolo, nonché materiale organico non decomposto o infetto, insetti. La penetrazione non avviene mai direttamente, ma attraverso ferite o aperture naturali (stomi, distacco di fiori e foglie), dopo di che si verifica l’ancoraggio, la moltiplicazione e l’invasione da cellula a cellula, ad opera dei tessuti parenchimatici e dei fasci vascolari. Per tale ragione, possono verificarsi batteriosi sistemiche, vascolari, parenchimatiche, iperplastiche. Quelle sistemiche, causano l’avvizzimento delle foglie e l’imbrunimento dei vasi, con formazione di cancri. Le batteriosi vascolari, producono lesioni necrotiche a cuneo, con marciumi neri. La prevenzione si attua trattando i semi con prodotti rameici o acqua calda a 50° C. per 20’.
I batteri Pseudomonas ed Erwinia producono marciumi e annerimenti ai tessuti, tumori alle radici, ostruzioni ai vasi e seccumi.

c) Virus: entità biologiche intracellulari delle dimensioni da 0,05 a 0,2 micron, costituiti da acidi nucleici quali RNA (acido ribonucleico) o DNA (acido deossiribonucleico) e di un rivestimento protettivo proteico (capside). Mancano di un'organizzazione cellulare e sono incapaci di muoversi e di crescere, ma in grado di specializzarsi, evolversi, adattarsi all'ambiente. Non sono, perciò, in grado di inserirsi all’interno dei tessuti vegetali, per cui la trasmissione da pianta a pianta può avvenire con l’innesto, per seme, per propagazione vegetativa, col polline, per contatto fra pianta sana e pianta malata attraverso piccole lesioni. Altri vettori sono gli insetti (afidi, cicaline, cocciniglie, aleurodidi, tripidi, coleotteri), gli acari, i nematodi, i funghi ed infine l’uomo con le pratiche colturali. Il trasporto a distanza del virus, all’interno della pianta, avviene per mezzo del floema. Hanno capacità riproduttive solo all'interno della cellula ospite che sono in grado di costringere a replicare il virus stesso.  Sono gli artefici delle alterazioni cromatiche, delle deformazioni ai fusti e ai fiori, di clorosi e seccumi. Talvolta contribuiscono a rendere più interessanti i fusti ed i fiori, creando maculature, malformazioni, mosaici, anulature clorotiche. E’ proprio l’alterazione del colore dei fiori uno dei principali sintomi che ci deve far pensare alla presenza del patogeno.

La diagnosi certa può essere eseguita al microscopio elettronico a scansione, mediante kit sierologici, uso di sonde con marcatori fluorescenti. Le virosi si prevengono con l’uso di materiale non infetto, l’eliminazione delle erbe infestanti, la lotta ai vettori in grado di trasmettere l’infezione, la protezione delle piante con tnt (tessuto non tessuto), la disinfezione della serra. La cura può essere condotta con la termoterapia, il risanamento mediante coltura dei meristemi apicali, utilizzo di piante transgeniche resistenti, mentre le strategie biotecnologiche con uso di vaccinazioni sono al momento di scarsa utilità a causa della mancanza nelle piante di un sistema immunitario.

d) Micoplasmi: trattasi di organismi procarioti, sprovvisti di un vero e proprio nucleo e privi di parete cellulare ma con membrana elastica cellulare tristratificata deformabile, sono gram-negativi, non hanno flagelli, né producono spore. I micoplasmi non sono nè batteri, nè virus ma una forma intermedia con habitat nel floema delle piante. Questi parassiti producono gravi disordini nel soggetto ospite, da non confondere, però, con la forma crestata che non è originata da una malattia. Interferiscono con l'ormone del metabolismo, stimolando la produzione di una sostanza che promuove la crescita ascellare delle gemme. Poiché la malattia è relativamente benigna, alcuni vivaisti innestano le piante infette su altre, per ottenere la moltiplicazione delle forme mostruose e venderle come curiosità. Si suppone che tutti i cacti ne siano soggetti, in particolare i generi Opuntia, Echinopsis, Gymnocalycium, Cereus. Fino ad oggi i laboratori non sono riusciti ad isolare il microrganismo responsabile delle malformazioni.

Sintomi: deformazione e crescita abnorme, proliferazione dei germogli ascellari e nei pressi dell'apice, polloni molto piccoli e poco sviluppati, ingiallimenti fogliari con allungamento degli internodi, nanismo apicale, rachitismo, virescenza. In presenza di  piante infette, non è necessario compiere alcuna azione in quanto la malattia, in genere, non si diffonde spontaneamente. Non fare innesti su questi soggetti a meno che non lo si desideri; sterilizzare con alcool denaturato gli strumenti usati, prima di trattare altre piante. Rendere la serra immune da cicaline, psille, cocciniglie, afidi, mosche bianche, che possono trasmettere la malattia. I micoplasmi sono sensibili al trattamento con acqua calda, (immersione della pianta per 5 ore a 45° C.) e agli antibiotici, quali le Tetracicline e la Streptomicina (vietati in Italia).

Le malattie causate dai gruppi b, c, d sono meno diffuse anche se in via di espansione  e scarsamente curabili. Con le micosi si può, invece, tentare la cura, tuttavia se una malattia fungina entra in una collezione nessuna irrorazione potrà eliminarla completamente, per cui è fondamentale la prevenzione da mettere in atto mediante appropriate cure colturali e pratiche igienico-profilattiche nel luogo di crescita e nell'impianto del semenzaio.

Ecco alcune regole valide in ogni situazione: disinfettare e tenere in quarantena le piante introdotte per la prima volta in collezione; usare terricci di qualità, sani e con poca materia organica; irrorare piante e terriccio una volta l'anno con prodotti sistemici; disinfettare gli strumenti di taglio e potatura usando una soluzione di acqua e candeggina nel rapporto di 10 a 1; assicurare una buona circolazione d'aria; annaffiare di primo mattino in modo che le piante siano asciutte durante la notte, possibilmente dal basso e non a pioggia; evitare i ristagni d'acqua,  le concimazioni squilibrate, l'eccessiva umidità ambientale; usare seme trattato con anticrittogamici e proveniente da ditte specializzate; ripulire con tempestività la serra dai detriti, dai fiori appassiti e dalle foglie cadute; a fine autunno, prima della stasi invernale, disinfettare la serra con anticrittogamici in polvere a largo spettro. In caso di infezione impedire la proliferazione e la diffusione ai soggetti vicini, distruggere quelli infetti e liberarsi di terriccio e vasi contagiati; disinfettarsi le mani prima di toccare altri vasi o piante. Tenere sempre presente che alcuni microrganismi non sono in grado di penetrare all'interno dei tessuti delle piante se non per nostre negligenze, attraverso tagli e ferite a seguito di rinvasi o ad opera di insetti che vanno, pertanto, sollecitamente combattuti.

Tra le malattie causate da parassiti vegetali, particolare attenzione meritano: Elmintosporiosi, Fusariosi, marciumi da Rizottiosi, Pythium, Phytophthora, necrosi da Coniothyrium, Monosporiosi, macchie da Septoriosi,  Antracnosi, Muffe. Poichè molte malattie si manifestano in maniera simile pur richiedendo un trattamento diverso, per piante importanti è assai utile rivolgersi ad un laboratorio di analisi fitopatologica.

ELMINTOSPORIOSI-ALTERNARIOSI /Bipolaris/Drechslera. E’ forse la più temuta e diffusa malattia fungina delle piante grasse, causata da Helminthosporium cactivorum (Drechslera cactivora). Sui soggetti giovani provoca un marciume brunastro, che in breve tempo conduce la pianta alla morte. Sulle piante adulte la malattia procede più lentamente, manifestandosi dapprima con macchie giallastre, poi nere e marcescenti, allorché il patogeno penetra in profondità nei tessuti. L'attacco si manifesta nelle concavità o nei pressi del colletto, in quanto zone maggiormente umide. In caso di elevata umidità, la malattia può evolvere assai rapidamente. Il patogeno, in alcuni casi, si manifesta come un'efflorescenza vellutata nera, costituita da minuscoli cespuglietti.
Condizioni favorevoli allo sviluppo sono le temperature fra 16 e 30° C., l'umidità continua o l'annaffiatura dall'alto, l'elevato affollamento in serra, piante con ferite, scarsa circolazione d'aria.
La lotta si conduce disinfettando, in via preventiva, il terreno con appositi prodotti, asportando e distruggendo le piante colpite, evitando i ristagni di umidità. In situazioni favorevoli allo sviluppo della malattia o alla comparsa dei primi sintomi, effettuare trattamenti con prodotti sistemici quali thiabendazole, zineb, mancozeb, ferbam, chinosol, captan (il cui impiego è ora soggetto in Italia a forti limitazioni).  Assai simili sono i sintomi dell'Alternariosi (Alternaria tenuis) trattabile con Ramital (4 ml per litro) ad intervalli di una settimana, oppure Cupravit blu 3 gr/lt.

FUSARIOSI. I sintomi di questa malattia, causata da Fusarium oxysporum, si manifestano con un avvizzimento generalizzato, marciumi secchi, cancri, ingiallimento dei margini fogliari, rallentamento della vegetazione, con lievi alterazioni dei tessuti nella zona basale, che appaiono opachi e non più turgidi con presenza di macchie circolari molli. Sezionando la pianta, è possibile vedere tratti del sistema vascolare imbruniti o rossastri, segno che il fungo, abitatore del suolo, è penetrato attraverso le radici, si è insediato a livello dei fasci, ne ha occluso i vasi e liberato una tossina, che riduce la pressione osmotica. Nella sua forma acuta le piante colpite vanno incontro ad un marciume basale e poi alla morte. L'infezione, nella forma lenta, tende a divenire cronica, formando un seccume, una sorta di suberificazione che si espande poco e che consente, spesso, alla pianta di sopravvivere per qualche periodo. Occorre tenere presente che il fungo Fusarium, a seconda della specie, può penetrare anche dall'alto con propagazione verso il basso.

La lotta contro la Fusariosi e la Verticilliosi (Verticillium) e le altre  forme vascolari è molto difficile. Sulla coltura in atto si può tentare con l'impiego di benzimidazolici (Carbendazim, Benomyl, ecc.) ad azione sistemica e a largo spettro; oppure con Tiofanato, Dodina (Syllit 35). La cura migliore è però quella preventiva: evitare di coltivare su terreni contaminati; utilizzare materiale sano; disinfettare vasi, attrezzi, ecc.; evitare l’eccessiva umidità e le concimazioni squilibrate.

Assai comuni nelle succulente, nei semenzali e nelle talee sono i MARCIUMI che si manifestano improvvisi nella parte della pianta che è a contatto della terra. Se la malattia si diffonde nei giovani semenzali è, purtroppo, incurabile, per cui si interviene preventivamente con prodotti sistemici come il propamocarb (Previcur) o iprodione (Rovral).

I MARCIUMI RADICALI E DEL COLLETTO possono essere causati da funghi diversi ma con alterazioni piuttosto simili, danno luogo ad un rammollimento dei tessuti che assumono una colorazione bruno-rossastra con tendenza ad estendersi dal colletto alle radici così da condurre la pianta al collasso. Si manifestano anche mediante arresto della crescita, ingiallimento del fusto e/o delle foglie. In caso di infezione, agendo con tempestività, si può tentare la cura asportando con un affilato "cutter" la parte malata fino a quando non si nota del tessuto sano senza alcuna presenza di puntini o macchioline nei pressi dei fasci vascolari. Usare l'avvertenza di disinfettare con alcol l'attrezzo usato ogni qualvolta si procede ad un taglio, per non diffondere più in alto la malattia. La parte superiore della pianta, se breve, potrà essere innestata, altrimenti utilizzata come talea previa una spolverata con Zolfo ramato o Zineb.  Le cause, oltre che da funghi, possono risalire a eccessi di annaffiature e ristagni d'acqua. Si combattono con oculate annaffiature, sostituzione del terriccio e, in caso di attacco fungino, con Benomyl o Thiram. Nei casi gravi si asportano le radici e  si usa il fusto come talea.

MARCIUME DA RIZOTTIOSI. L'agente patogeno è la Rhizoctonia solani, un parassita che colpisce in prevalenza Opuntia, Mammillaria, Cucurbitacee e giovani piantine. Il fungo vive nel suolo come saprofita nei tessuti morti e germina con temperature comprese fra 8 e 30°, poi penetra nella pianta attraverso le radici. La malattia si manifesta sotto forma di marciume basale progressivo in grado di diffondersi velocemente su tutta la pianta. Al primo apparire della malattia l’epidermide appare lucida e tesa; in seguito i tessuti interni si modificano fino al disfacimento. Il patogeno è facilmente rilevabile al microscopio.

La lotta si conduce mediante disinfezione preventiva del suolo con vapore o fumiganti e in presenza di malattia mediante trattamenti con Pencycuron, Tolcofos metil, Iprodione. Anche i benzimidazolici (Carbendazim, Benomyl, Thiabendazole) hanno un certo effetto.


MARCIUME DA PYTHIUM SP. Questo fungo, di cui sono note diverse specie, è assai comune nei semenzali di cui attacca, con effetti nefasti, radici e colletto. Sugli organi infettati delle piante più adulte si forma una muffa di colore chiaro. La lotta si conduce con Previcur.

MARCIUME DA PHYTOPHTHORA E ARMILLARIA.
Questa malattia seppure non molto frequente fra le succulente può, in alcuni casi, assumere forme gravi specialmente sui semenzali. E’ provocata dal fungo Phytophthora cactorum rilevabile nei terricci. L'infezione si manifesta nei pressi delle radici e del colletto mediante un marciume molle, gommoso, a rapida diffusione, con successive screpolature del fusto. I tessuti colpiti assumono una colorazione scura con aspetto colloso, che nello stadio avanzato produce il disseccamento del midollo. Spesso si nota la presenza concomitante di nematodi. Sulle lesioni da Phytophthora si annidano, in seguito, marciumi secchi (Fusarium) e molli (Erwinia).

Il marciume radicale fibroso, causato dal fungo Armillaria mellea, si differenzia da quello da Phytophthora per il fatto che non c’è gommosi ed il parassita emette un intenso odore di fungo.

La lotta è profilattica: disinfezione del terreno, eliminazione dei ristagni di umidità, distruzione delle piante infette. In caso di necessità si può far ricorso a prodotti chimici specifici quali i ditiocarbammati (Ziram, Mancozeb, Propamocarb, Iprodione) previa prova di fitotossicità.

NECROSI DA CONIOTHYRIUM. L’infezione, frequente su alcune Euphorbia, insorge sul fusto e talvolta sui rami con macchie tondeggianti scure, con parti di tessuto che diventano molli o raggrinziscono così che l'intera pianta deperisce e muore. Sembra che l’agente patogeno penetri nei tessuti vegetali solo in presenza di ferite. La malattia produce corpi fruttiferi del parassita che si presentano come dei piccoli punti scuri, spesso disposti in cerchi concentrici, dai quali fuoriescono cirri costituiti da numerosi conidi che, trasportati dall'acqua, diffondono l'infezione. Si previene, cercando di ridurre le cause che possono provocare ferite alle piante, evitando ristagni d'acqua, concimando in modo equilibrato e distruggendo le piante colpite. Il captan è in grado di combattere la malattia, tuttavia in caso di difficoltà nell’approvvigionamento, si consiglia l'impiego dei benzimidazolici.

MONOSPORIOSI E ALTRE MALATTIE DA FUNGHI MINORI. Il Monosporium cactacearum e  lo Sporotrichum cactorum sono altri patogeni che possono arrecare danni anche gravi. Ne risultano particolarmente soggette Echinopsis ed alcuni Cereus, nei quali l'infezione insorge principalmente attaccando i cladodi alla base sotto forma di macchie nerastre, prima piccole poi sempre più grandi. In breve l’infezione penetra nei tessuti interni causando la morte della pianta. Si consiglia l'asportazione delle parti infette, l’isolamento delle piante colpite ed il trattamento con prodotti a base di Metile, Ziram, Dodina (Syllit 35) oppure Ossicloruro di rame.

MACCHIE DA SEPTORIOSI  e ANTRACNOSI. I funghi Septoria cacticola, Ascochyta opuntiae, Colletotrichum sono in grado di colpire Euphorbia, Opuntia, Cereus, Echinocactus, Ferocactus, Agave, ma in teoria tutti i cacti ne sono soggetti, specialmente se coltivati all'aperto e quindi soggetti alle ferite causate dalla grandine. Questi funghi si sviluppano in autunno a causa dell'umidità, delle basse temperature e della ridotta luminosità. Le gocce viscose, che possono essere trovate sopra o vicino la macchia, sono le parti del tessuto che il fungo ha lasciato dopo che è penetrato nell'epidermide. In seguito si manifesta la comparsa di seccume sui cladodi, accompagnato da macchioline giallognole. La malattia si diffonde rapidamente, provoca il disseccamento dei fusti, e con essi la morte della pianta, per cui occorre intervenire con tempestività al primo stadio di sviluppo, per non vedere infettata tutta la collezione.
Sintomi dell'Antracnosi da Colletotrichum sono macchie circolari depresse, a contorni netti. Inizialmente si notano tre o quattro colori come il nero, il marrone chiaro, il giallo. Dopo un po' le macchie divengono grigio-brune, laddove si sono formate le spore nere.

Precauzioni: non procurare ferite alle piante; non tenerle troppo pigiate; non annaffiare a pioggia, specialmente le piante malate, così da evitare il trasferimento delle spore; predisporre una buona circolazione d'aria; distruggere le parti infette, non appena l'infezione viene scoperta; scartare il vecchio suolo ed applicare sul nuovo un fungicida sistemico (Thiabendazole). Cura: con prodotti a base di  anilici quali Diclofluanide, ovvero Ziram, Zineb, Dodin, Benomyl (Benlate), Mancozeb, Maneb, Captan, poltiglia bordolese.

MUFFE. Botrytis cinerea è il patogeno meglio conosciuto come muffa grigia. L'infezione parte dai detriti di piante caduti sul terriccio, colpisce in prevalenza i semenzali e le succulente coltivate in ambienti umidi e poco aerati. Il fungo si sviluppa con temperature comprese fra 0 e 33°C, preferibilmente 15-23°C, con umidità relativa dell'80% o superiore. Prospera nelle serre per cui è importante rimuovere le parti infette per minimizzare la presenza delle spore nell'aria.

Sintomi:  sui fusti e sulle foglie si formano delle macchioline o puntini iniziali verde scuro con margini giallastri, con tendenza a diventare marrone o nero e  che in seguito si ricoprono di una muffa polverosa (micelio) di colore grigiastro (ma può essere anche grigio-argento o verdastro) che in breve conduce la pianta alla marcescenza.

Precauzioni: lasciare spazio fra le piante; procedere alla disinfezione autunnale; rimuovere i detriti; predisporre un'adeguata ventilazione forzata, se le condizioni sono fredde e umide; mantenere l'umidità a livelli non elevati; non usare i sistemi di irrigazione a spruzzo; evitare le concimazioni troppo azotate; trattare le ferite con un fungicida; eliminare le erbe infestanti. Trattare la pianta con fungicidi sistemici come i benzimidazolici (Benlate), associati ad uno dei seguenti prodotti: ronilan, iprodione, euparen, ossicloruro di rame. La prevenzione si attua con captan e benomyl.
Se l’infezione è già in atto, occorre rimuovere qualunque pianta infetta dalla collezione; chiuderla in un sacchetto di plastica, al fine di non spargere le spore; asportare le parti malate fin dal loro primo apparire; trattare il taglio con un fungicida.

Agenti di biocontrollo della Botrytis sono: Gliocladium roseum, Myrothecium verrucaria, Trichoderma spp. Cladosporium cladosporioides.


OIDIO (mal bianco): può interessare verso la fine dell'estate le Euphorbia, le Cucurbitacee e altre piante producendo sui tessuti una polvere bianca con accartocciamento delle foglie. Condizioni favorevoli al suo sviluppo sono umidità intorno al 60-80% con temperatura di 20-25° C. Si diffonde mediante spore trasportate dal vento, si combatte con irrorazioni di zolfo bagnabile.

 


FUMAGGINE: è prodotta da funghi saprofiti (Antennaria, Capnodium, Cladosporum) che traggono il loro nutrimento dalla melata prodotta da insetti come afidi, cocciniglie, metcalfa, mosche bianche, ecc ovvero dal nettare secreto dalle ghiandole dei Ferocactus e Opuntia. La malattia si presenta come una crosta nera o come una polvere anch'essa nerastra simile alla fuliggine. Questi funghi non sono patogeni in quanto non penetrano l'epidermide, ma rendono la pianta esteticamente sgradevole. La rimozione della crosta può avvenire mediante l'uso di uno spazzolino da denti bagnato in una soluzione di zolfo ramato. L’operazione deve avvenire per tempo, altrimenti il vigore del soggetto colpito ne risente a causa della mancanza della fotosintesi e degli scambi gassosi. La lotta, per lo più preventiva, si conduce eliminando gli insetti che alimentano il fungo e, nel caso dei Ferocactus, asportando il secreto ghiandolare.

GLI ANIMALI  NOCIVI
Gli animali nocivi si combattono studiandone il ciclo di vita, la fisiologia, la dipendenza dall’ambiente, i loro nemici e la reattività alle sostanze velenose.

COCCINIGLIE: sono insetti Emitteri, assai dannosi e prolifici (fino a otto generazioni l’anno), eseguono iniezioni salivari, succhiano linfa attraverso un rostro, indeboliscono la pianta, ne scolorano l'epidermide, la rendono  più sensibile alle bruciature solari. Fanno aumentare la respirazione, procurano danni all’apice delle piante, alla base del fusto e alle radici. Sono ricoperte da una sostanza cerosa, in alcuni casi somigliante ad un piccolo batuffolo di cotone, in altri ad uno scudetto. Se ne contano qualche centinaio di specie, ma quelle che interessano le cactacee sono la Diapsis echinocacti (famiglia dei Diaspididi), la Eriococcus coccineus (Cocciniglia cotonosa delle cactacee), la Hypogeococcus festerianus o pungens (Cocciniglia rossastra delle cactacee), entrambe della famiglia dei Pseudococcidi; nonché la Icerya purchasi e la Gueriniella serratulae (famiglia dei Margarodidi). La Coccus hesperidum, attacca l’Euphorbia e le Bromeliaceae. L’Hypogeococcus festerianus è stato importato in Italia intorno agli anni ’80 dalle Isole Canarie. E’ una specie in grado di produrre notevoli danni alle Cactaceae, causare la deformazione dei fusti, la proliferazione dei germogli e l’arresto della crescita. Differisce dalle altre cocciniglie per il colore rosato e le minori dimensioni.
Tutte le Cocciniglie si riconoscono abbastanza facilmente, infatti, se schiacciate fanno uscire un liquido giallastro.

Emettono una sostanza zuccherina (melata), alimento per funghi patogeni e formiche, per cui sono causa di malattie crittogamiche, fra le quali la fumaggine. Se lasciate proliferare, possono condurre a morte il soggetto attaccato. I maschi si muovono per mezzo delle zampe e delle ali, perciò si espandono facilmente alle piante vicine. Altrettanto mobili sono le neanidi, piccoli ancora immaturi, la cui funzione, facilitata anche dall'azione del vento, è di ampliare la colonia. Le femmine sono prive di ali e piedi e spesso provviste di ghiandole che producono cera, con la quale ricoprono le uova deposte. Proliferano con un clima secco, caldo ed un inverno mite, svernano all’interno del riparo ceroso che si costruiscono.

Alcune Cocciniglie hanno un’utilizzazione pratica come il Coccus cacti, che fornisce il carminio, e il Laccifer lacca (Tachardia lacca), che produce la lacca indiana.

La lotta si conduce eliminando meccanicamente gli insetti, pennellando gli stessi con uno spazzolino da denti o un bastoncino cotonato intrisi di alcool denaturato, in grado di sciogliere lo stato protettivo. L'utilizzo, in una piccola serra, di insetti antagonisti quali i coleotteri coccinellidi e gli acari trombididi, danno luogo a problemi di equilibrio biologico. Conviene, in ogni caso, usare insetti già presenti sul territorio nazionale, anziché importarli da altri continenti, per non creare turbative all’ecosistema. La lotta chimica fa uso, in primavera-estate, di prodotti fosforganici a base di Malathion (Fenix), Diazinone (Basudin), Dimetoato (Rogor, Digotan), Fenitrothion (Fenitan), Parathion, Fosalone ovvero di Endosulfan, Paradiclorobenzolo, Acefate, Carbaryl, Imidacloprid (Confidor oil, Provado), Clorpirifos (Reldan 22), piretrine e durante il riposo invernale di polisolfuri di Bario o di Calcio. I prodotti chimici, per risultare veramente efficaci, devono essere messi in grado di superare le barriere protettive, quali gli ammassi cotonosi e le incrostazioni, che questi insetti pongono in essere. Per questa ragione i pesticidi sopra menzionati sono spesso addizionati ad alcool denaturato, bagnanti e adesivanti.

Le cocciniglie divengono assai più pericolose se, favorite dal terreno asciutto, si istallano fra le radici (Rhizoecus falcifer, Hypogeococcus barbarae, H. othnius, H. spinosus), rendendosi invisibili fino a quando non notiamo un arresto nella crescita prima e un deperimento poi. In questi casi occorre mettere la pianta sotto un getto d'acqua, così da asportare tutto il terriccio; immergerla per qualche ora in un anticoccidico, fra quelli sopra indicati; far asciugare e rinvasare con terriccio nuovo.

Precauzioni: controllare con attenzione ogni nuova pianta immessa nella collezione, radici comprese; tenerla possibilmente in quarantena; evitare l'uso di torba e materiale organico nelle miscele di terriccio; non lasciare il suolo asciutto per troppo tempo; non riutilizzare terricci già usati, infatti il contagio avviene di frequente durante il rinvaso con materiale infetto; pulire e sterilizzare con candeggina diluita (1 parte su 10 d’acqua) vasi e contenitori già usati; lavarsi e disinfettarsi le mani prima di maneggiare un'altra pianta.

RAGNETTO ROSSO: questo piccolissimo acaro fitofago (Tetranychus urticae), che in realtà non è un ragno, è provvisto di 8 zampe, ha dimensioni di 0,3 mm ed è osservabile solo mediante una lente d'ingrandimento. Predilige un’atmosfera calda e secca, tesse una minutissima tela, preferibilmente in cima alle cactaceae, laddove i tessuti sono più teneri, con preferenza per Rebutia, Lobivia, Coryphantha, Echinopsis e, occasionalmente, Melocactus, Sulcorebutia, Mammillaria, Lophophora, Turbinicarpus, Pelecyphora. Attacca anche alcuni Mesembriantemi e certe caudiciformi. E’ in grado di pungere ed aprire così la strada ai funghi patogeni, di succhiare la linfa, di intossicare la pianta con i secreti ghiandolari causando gravissimi danni, anche in virtù della straordinaria rapidità con cui si moltiplica in ambiente asciutto. La parte attaccata secca e assume una colorazione grigiastra tendente al rossiccio, che poi si spacca a seguito della crescita (vedi immagini lato destro).

La prevenzione si attua mediante spruzzature, così da creare un deterrente all’insediamento dell’insetto che, notoriamente, rifugge gli ambienti umidi. La lotta biologica si conduce con l'impiego dell'acaro predatore Phitoseiulus persimilis, prodotto e commercializzato da alcune fabbriche biologiche. La lotta chimica utilizza acaricidi quali kelthane, dimetoato, esteri fosforici. Occorre avvertire che, a causa di un uso massiccio di questi prodotti, si sono formati ceppi di acari resistenti a molti fitofarmaci. Una lotta mirata si esegue mediante due trattamenti, uno indirizzato agli insetti adulti mediante dicofol ed un altro, a 15 giorni di distanza, rivolto alle uova con dienochlor. E’ assai utile eseguire ad inizio stagione la disinfezione della serra spruzzando piretrine o bruciando zolfo.

ANGUILLOLE: sono Nematodi, invertebrati vermiformi, microscopici, dal corpo allungato, cilindrico o fusiforme, filamentoso, non segmentato, coperto da una spessa cuticola chitinosa. Posseggono una cavità interna per cui sono detti anche cavitarii. Di norma si nota un dimorfismo sessuale, con la maggior parte delle specie ovipare. Le larve dopo alcune mute, in genere quattro, raggiungono la maturità. Le specie più comuni sono la Meloidogyne javanica, la Heterodera cacti, la Globodera spp. Proliferano nei suoli freschi, umidi, ricchi di sostanza organica; quando l'ambiente diviene loro ostile, i Nematodi formano delle cisti entro le quali possono sopravvivere a lungo. Sono in grado di penetrare nelle radici dei vegetali, bloccarne il flusso linfatico, formare dei noduli (galle) e causarne la morte. Le cause d’infezione possono risiedere nei virus (bolle), insetti (Ditteri, Imenotteri, Rincoti), Acari, batteri (escrescenze, galle, tumori), funghi (tumori, bolle).

Sintomi: le piante colpite arrestano la crescita, ingialliscono e non producono o non portano a compimento i fiori, per cui in presenza di un soggetto con scarso vigore, la prima operazione da compiere è quella di verificare lo stato delle radici e di svasare la pianta in caso di necessità.
La cura migliore è quella di immergere la pianta per 20’ in acqua a 50° C. Si può tentare anche con gli Aloidrocarburi ed i Fosforati organici. Si asportano poi le radici malate fino all'attaccatura del colletto e si tratta il soggetto come talea. Si distrugge il terriccio, il vaso, le parti malate e, in casi gravi, anche la pianta a causa della facilità con la quale il parassita si diffonde anche alle piante vicine. La lotta biologica si conduce piantando il Tagete nel luogo ove si è diffusa l'infezione.

MOSCHE SCIARA: sono Ditteri, aventi la caratteristica di aver sviluppato solo le ali anteriori, mentre le posteriori (bilancieri) hanno la funzione di organi sensitivi e di stimolo per le ali anteriori. L’apparato boccale è pungitore-succhiatore.  Le larve hanno forma di vermetto lungo 6-7 mm, sono diafane, con la testa nera e prive di zampe, si nutrono di sostanze organiche vegetali. L'insetto adulto è una piccola mosca nera di 3-4 mm, alcune femmine sono produttrici di soli maschi, altre di sole femmine, a causa della mancanza di particolari cromosomi. Attaccano il colletto e le radici delle piante, con gravi danni soprattutto per i semenzali. Si sviluppano prevalentemente su terricci a base di torba. Larve ed insetti si combattono con un buon insetticida.

AFIDI: sono insetti Emitteri, polifagi, di colore verde o nero, dotati di elevata prolificità, non molto frequenti sulle cactaceae, salvo qualche presenza sui fiori. Fra i più comuni occorre considerare l’Aphis gossypii sulle Cucurbitaceae, l’Aphis nerii  sulle Asclepiadaceae e Apocinaceae, l’Aphis sedii sui Sedum, il Macrosiphum euphorbiae sulle Euphorbia, l’Aleophagus myersii sulle Aloe e Haworthia. Il danno che possono provocare è costituito dall'indebolimento della pianta colpita, dalla possibile diffusione di virosi, fungosi, bacteriosi, dalla secrezione zuccherina emessa (melata), che indurendo produce la fumaggine, dalle malformazioni provocate dall’Eriosoma lanigerum. Si possono eliminare manualmente, con acqua saponosa (50 gr. di sapone di Marsiglia per litro d'acqua), infuso di tabacco o un buon insetticida (rotenone), da cambiare spesso poiché si possono formare ceppi resistenti a un determinato trattamento chimico nel giro di qualche generazione.

TRIPIDI: trattasi di insetti Tisanotteri, assai piccoli, circa 1,5 mm. Hanno forma piatta, sono muniti di ali ristrette, dotati di grande motilità, con una forte predilezione per il polline delle Cactaceae. Il tripide Frankliniella occidentalis  è assai polifago, attacca sia i fiori che i frutti e le foglie. Esegue iniezioni salivari, punture a scopo alimentare o per deporre le uova, causa seccumi ai fiori, malformazioni ai petali, necrosi ai margini fogliari, ruggini, cicatrici, ed è vettore del virus TSWV. Le femmine, più grandi dei maschi, depongono anche senza la presenza di questi, una cinquantina di uova dentro i tessuti dei petali. Dopo circa dieci giorni, a seconda della temperatura, le neanidi passano nel terreno e si trasformano in pupe ove ben presto raggiungono la maturità. Questo ciclo riproduttivo si ripete dalle 5 alle 7 volte l’anno. Altre specie  sono l’Heliothrips haemorrhoidalis e il Thrips tabaci. La lotta si conduce utilizzando trappole cromotropiche vischiose di colore azzurro, il bioinsetticida Naturalis, il sapone di Marsiglia più l’estratto di quassio o prodotti chimici (Dimetoato). Tra i predatori naturali dei tripidi ricordo il fitoseide Amblyseius cucumeris e l’autocoride Orius laevigatus.

METCALFA: piccolo insetto Omottero della famiglia dei Flatidi, è comparso in Italia verso il 1980. La Metcalfa pruinosa è di colore bianco subito dopo la schiusa delle uova, per divenire poi verde tenue, a mano a mano che procede nello sviluppo, ricoprendosi anche di una pruina cerosa, così da lasciare sulla pianta le esuvie (spoglie delle precedenti età). Gli adulti sono bianchi, con tendenza a divenire grigi sempre più scuri, possono raggiungere i 7 mm. di lunghezza, essere in grado sia di saltare che di volare, posseggono un robusto apparato boccale perforante e succhiatore. Le neanidi si sviluppano a metà maggio,  vivono sulla pagina inferiore delle foglie succulente, mentre l’adulto compare in giugno e produce una cera biancastra con melata e fumaggine. L’insetto ha un comportamento gregario, ama disporsi sulla vegetazione in fila indiana. Scompare con i primi freddi, non senza aver prima deposto uova negli interstizi del fusto. La lotta chimica si conduce con buoni insetticidi, gli stessi della Cocciniglia, somministrati per tre volte, a distanza di una settimana a partire dai primi di maggio. La lotta biologica si pone in atto mediante l'insetto antagonista Neodryinus typhlocybae. Come rimedio naturale, al fine di ridurre l’entità dell’infestazione, risulta indicato l’uso precoce (maggio) di forti getti d’acqua, ove sia stato aggiunto del nitrato potassico, con lo scopo di sciogliere il rivestimento ceroso delle neanidi e delle ninfe.

ALEURODIDI: piccoli moscerini bianchi, che sebbene originari dei paesi tropicali, hanno saputo adattarsi a climi diversi, così da diffondersi in tutto il mondo. Volano via quando si muove la pianta, stazionano sulla pagina inferiore delle foglie succulente, delle caudiciformi e dei pelargoni succulenti.  Hanno un apparato succhiatore in grado di indebolire la pianta, di rallentarne la fioritura, di provocare ingiallimenti circolari, di produrre melata e fumaggini, di propagare virus e batteri. La specie che più di frequente è presente nelle nostre serre e la Trialeurodes vaporariorum, la cui femmina depone circa 200 uova sulla pagina inferiore delle foglie. Dopo una decina di giorni di incubazione, nascono le neanidi che in un mese passano attraverso tre stadi neanidali ed uno ninfale, prima di diventare adulti. La lotta si conduce mediante trappole cromotropiche gialle, spalmate di colla. Gli aficidi (Dimetoato, Malathion, Acefate, Imidacloprid), hanno dato i migliori risultati, seppure con una certa difficoltà, dovuta al fatto che le uova sono protette da uno strato ceroso. Vanno somministrati per almeno tre volte, a distanza di circa una settimana, così da distruggere anche le nuove generazioni. Sostituire di frequente il principio attivo, poiché gli insetti tendono ad assuefarsi ad esso. Discreti successi sono stati ottenuti alternando trattamenti con olio minerale ad altri con detersivo per lavatrice diluito allo 0,25%. L’Encarsia formosa, l’E. tricolor e la Chrysoperla caenea sono i predatori naturali di questi moscerini.

LUMACHE E LIMACCE: sono Molluschi Gasteropodi, appartenenti alla famiglia degli Elicidi, aventi un piede assai sviluppato, col quale strisciano su di un substrato, lasciandosi dietro un muco argenteo, in grado di rivelare la loro presenza. Sono polmonati, ermafroditi a fecondazione incrociata, forniti di conchiglia dorsale unica. Fra le specie ricordo l’Helix pomatia, assai diffusa nell’Europa centrale, nonché l’H. adspersa e l’H. pisana frequenti in Italia. Possono rappresentare un problema per le succulente, specialmente se esposte all’esterno della serra dove, preferibilmente di sera, causano notevoli danni estetici alle foglie carnose degli Epiphyllum e dei mesembriantemi, agli articoli delle opuntia, ai teneri germogli e ai semenzali. Le lumache si possono eliminare attirandole in un vassoio ove è stata posta della birra, di cui vanno ghiotte o manualmente. In caso di attacchi gravi si ricorre alle apposite esche avvelenate (Metaldeide acetica).

FORMICHE: appartengono alla famiglia dei Formicidi, aventi sia soggetti sessuati che femmine sterili. Le femmine feconde perdono le ali dopo aver compiuto il volo nuziale, mentre i maschi muoiono. Le uova passano attraverso la fase larvale e della crisalide, prima di raggiungere la maturità. Molte specie scavano nidi nel terreno e nei vasi, formando colonie durature, altre sono predatrici vaganti. Sono solite rubare le uova degli afidi, che allevano nei loro nidi, con lo scopo di ottenerne un liquido dolciastro, simile al miele, che gli afidi emettono allorchè vengono sfregati sul dorso dalle antenne delle formiche. In questo modo veicolano insetti pericolosi per le piante, possono asportare i semi dai semenzai, causare danni indiretti alle radici. Se necessario si può usare un insetticida (Carbaryl).



BRUCHI E LARVE DEFOGLIATRICI: trattasi di larve di Lepidotteri (ordine cui appartengono le farfalle), aventi un apparato boccale masticatore. Assai spesso costruiscono un bozzolo, al cui interno si racchiude la crisalide. Molte specie sono fitofaghe e assai dannose allo stato larvale, in special modo quelle aventi vita notturna. Queste, di vario colore e dimensione, a seconda della specie, possono apparire in primavera, in estate o in autunno, intente a una vorace attività alimentare. A subirne le spese sono le piante giovani, quelle con le foglie carnose, le succulente, i fiori, le plantule. Se le larve sono poche la loro eliminazione può avvenire manualmente, altrimenti si ricorre ai prodotti chimici quali Imidacloprid, Diflubenzuron, Alfametrina, Endosulfan.


PORCELLINI DI TERRA: i comunissimi Porcellio scaber, ordine degli Isopodi, hanno una corazza dorsale granulosa, due sottili dentelli e corte antenne. Non arrecano danni diretti alle piante, ma  poiché spesso vivono in colonie, possono asportare la terra, con pregiudizio per la germinazione dei semi e la crescita delle plantule. Ci si libera di loro facilmente a mano o attirandoli con una patata di cui vanno ghiotti.


COLTIVAZIONE INADEGUATA (fisiopatia)
La luce. Una illuminazione insufficiente in fase di accrescimento produce un assottigliamento apicale della pianta, che assumerà una colorazione giallastra per assenza di clorofilla. E' il fenomeno dell'eziolamento (filatura), che determina un indebolimento generale e una deformazione permanente, contro la quale non esistono rimedi.

Al contrario, un’esposizione repentina al sole, senza un’adeguata acclimatazione, causa scottature che deturpano la pianta in modo duraturo. Tutto ciò può essere evitato sottoponendo le piante, alla ripresa vegetativa, in modo graduale alla luce solare, operando opportuni ombreggiamenti. Nell'esporre i soggetti alla luce solare, occorre anche tenere conto delle condizioni che le piante affrontano in habitat, schermando quelle che vivono sugli alberi, ovvero protette da rocce, arbusti ed erbe. Alcune specie, irraggiate durante la stagione invernale, possono assumere una colorazione rossastra, che non arreca alcun nocumento alla pianta.

L'acqua. Scarse annaffiature causano, soprattutto sui cacti epifiti originari delle foreste tropicali e subtropicali, l'avvizzimento della pianta, tessuti senza turgore, fusti ricurvi. Si risolve con annaffiature e nebulizzazioni regolari. Ristagni ed eccessi idrici, al contrario, conducono spesso la pianta alla marcescenza. Tenere presente, che si perdono più piante grasse per aver somministrato troppa acqua, che troppa poca. Anche un’acqua troppo mineralizzata e con un elevato tenore di calcio, a lungo andare provoca asfissia alle radici.

L'umidità atmosferica. Un eccesso di umidità nell’aria, una condensa elevata, il suo gocciolamento sulle piante, una scarsa ventilazione, specialmente d’inverno, sono le principali cause di muffe e marciumi.

Solo le specie originarie delle foreste del sud-est asiatico, richiedono umidità e temperature più elevate. Durante la buona stagione occorre disporre queste piante (Hoya, Dischidia, ecc.) sopra ad ampi sottovasi, con dentro della ghiaia mantenuta umida, procedendo anche a frequenti nebulizzazioni con acqua non calcarea.

La temperatura. Ogni specie, nel corso della sua evoluzione, si è adattata a determinate variazioni di temperatura, che sono massime per quelle originarie dalle regioni sub-artiche o di alta montagna e minime per quelle provenienti dai tropici. Se questo limite viene superato si provoca il congelamento dei succhi cellulari i quali, aumentando di volume, distruggono le cellule e conducono la pianta alla morte. Nei casi meno gravi, si formano delle macchie più o meno scure, che deturpano in modo permanente il soggetto colpito. Il rimedio consiste nel non superare il limite inferiore di temperatura, cui la pianta si è adattata nel suo habitat naturale e nel ridurre gradualmente le annaffiature in autunno, fino a cessarle, in concomitanza con l'abbassamento della temperatura ambiente.

L'eccesso di calore si manifesta mediante scottature in grado di provocare ustioni, quasi sempre permanenti, sull'epidermide delle piante con possibili successive infezioni da funghi. Nei casi più gravi può verificarsi anche l'essiccamento e la morte del soggetto colpito. Il fenomeno si verifica soprattutto in primavera, allorché si espone in pieno sole piante che durante l'inverno hanno ricevuto una illuminazione ridotta, oppure nel caso di giovani soggetti come i semenzali oppure in serra in presenza di scarsa ventilazione. Gravi danni possono pure subire quei cacti che, durante l'inverno, sono mantenuti al calore innaturale degli ambienti domestici.

Il suolo. La maggior parte delle succulente, in genere, non richiede un substrato uguale a quello dal quale provengono, si accontentano di una struttura ben drenata, che consenta anche una buona circolazione di aria alle radici, un pH tendenzialmente neutro ed una scarsa presenza di humus. Ci sono naturalmente eccezioni, rappresentate ad esempio da Aztekium, Geohintonia ed alcuni Thelocactus che richiedono un suolo gessoso, piante che vivono nel sottobosco o sugli alberi all'incrocio dei rami, che lo richiedono ricco di humus ed infine altre che lo esigono quarzicolo o al contrario calcareo.

Un suolo inadeguato può arrecare, nella peggiore delle ipotesi, danni irreparabili come nel caso di un substrato torboso compatto, non in grado di sgrondare velocemente, spesso causa di marciumi letali. Carenze di Ferro, di oligoelementi, suolo troppo alcalino o troppo acido, eccesso o deficienza di minerali e altre cause possono arrestare o rallentare la crescita, impedire la fioritura, dare all'epidermide una tonalità giallastra, ridurre l'apparato radicale. In questi casi il rimedio consiste nel liberare la pianta dal vecchio terriccio e rinvasarla con uno adatto. Se le radici fossero andate perdute, occorre trattare la pianta come talea o innestarla in modo appropriato.

La concimazione. Le piante grasse vivono in ambienti con scarse precipitazioni, per cui non sono in grado di assumere grandi quantità di sali minerali e se in coltivazione vengono somministrate dosi elevate di concime, questo si accumula nel suolo acidificandolo, tanto da alterare gli equilibri osmotici, con la conseguenza di indebolire il soggetto trattato, rendendolo meno resistente ai parassiti e, nei casi più gravi, condurlo all’ingiallimento, al disseccamento o alla marcescenza.
Il fertilizzante, contenente microelementi e poco azoto, va somministrato solo durante il periodo vegetativo e non di frequente, secondo il rapporto: 1 di azoto, 2 di fosforo, 4 di potassio, il tutto alla concentrazione di 1 gr. di prodotto per litro di acqua (1/1000). I cacti epifiti gradiscono un po’ più di azoto, una concentrazione più debole ed una frequenza di somministrazione maggiore.

Gli antiparassitari. I produttori di antiparassitari, nel consigliare l'uso e le dosi di utilizzo, spesso non menzionano le piante succulente, per cui a meno di essere a conoscenza che quel determinato principio attivo non è nocivo per le nostre piante, è prudente saggiarne la innocuità su di un solo esemplare, spruzzandolo o annaffiandolo in caso di preparato sistemico.

LA DISINFEZIONE DEI SEMI
Il più delle volte i semi che acquistiamo non sono stati sottoposti a disinfezione e questa è una delle cause principali del diffondersi delle batteriosi, micosi, virosi. Il modo più semplice per evitare complicazioni è quello della concia, mediante la quale i semi sono trattati con uno dei seguenti prodotti in polvere: Carbonato di rame, Mancozeb, Maneb, Propamocarb, Metalaxil, Metiram, Zineb, Thiram, Captan ecc. così da ricoprirli di un sottile strato di disinfettante.

 

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