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Manualetto di pratiche colturali
con
trucchi,
astuzie,
accorgimenti,
consigli,
derivati
dalla
pratica
IL
TERRICCIO
Il
terreno
è
costituito
da
rocce
degradate,
acqua,
aria,
sostanze
organiche
e
costituisce
la
risultante
di
azioni
chimiche,
fisiche,
biologiche.
Svolge
funzioni
di
sostegno
per
l'apparato
radicale,
è
il
luogo
ove
avvengono
scambi
e
reazioni
tra
gli
elementi
solidi,
liquidi
e
gassosi
e
dove
si
trovano
per
essere
elaborati
in
varia
guisa
gli
agenti
nutritivi
utilizzabili
dalle
piante
come
composti
inorganici,
fatta
eccezione
per
il
Carbonio
che
è
prelevato
dall'aria. Contiene
i
nutrienti
che
le
radici
possono
utilizzare
solo
se
i
sali
minerali
si
trovano
disciolti
in
acqua.
Composizione
(tessitura):
-
Sopra
i
2
mm.
=
ghiaietto
(scheletro);
-
da
2
mm.
a
0,2
mm.
=
sabbia
grossa
(permeabilità,
scioltezza
e
spesso
aridità);
-
da
0,2
mm.
a
0,02
mm.
=
sabbia
fine
(idem);
-
da
0,02
mm.
a
0,002
mm
=
limo
(caratteristiche
medie)
-
sotto
a
0,002
mm.
=
argilla
(impermeabilità
e
compattezza).
Per porosità
s'intende
il
rapporto
esistente
fra
volume
del
terreno
e
spazi
vuoti
fra le
varie
particelle.
La struttura
denota
il
modo
mediante
il
quale
le
particelle
del
terreno
sono
disposte.
Consigliare
un terriccio per
le
piante
grasse
è
cosa
ardua
vuoi
perché
in
natura
questi
vegetali
vivono
in
substrati
alquanto
disparati,
vuoi
perché
sono
difficili
da
riprodurre,
e
non
è
detto
che ciò costituisca
quanto
di
meglio
possiamo
loro
offrire.
Per
cui
ogni
formula
è
personale
e,
come
tale,
opinabile
e
non
generalizzante,
poiché
legata
alle
condizioni
ambientali
in
cui
facciamo
crescere
le
piante.
Di
certo
si
può
dire
che
il
suolo
deve avere
una
struttura
sciolta
e
porosa,
lasciar
passare
agevolmente
l'aria
e
l'acqua, non
asciugare
con
lentezza,
ma
neppure
troppo
velocemente,
non
contenere
troppa
sostanza
organica.
Questo
substrato
deve
contenere
elementi
nutritivi
sotto
forma
di
ioni,
così
da
essere
trattenuti
e non
dilavati
facilmente
dall'acqua
di
sgrondo,
e
possedere
una
buona
capacità
tampone
per
non
vedere
compromesse
le
caratteristiche
iniziali
a
seguito
delle
modifiche
apportate
dall'acqua
e
dalle
concimazioni.
Necessaria
è
anche
la
presenza
equilibrata
di
microrganismi
in
grado
di
migliorare
la
struttura
fisica
del
suolo
e
rendere
meglio
disponibili
le
sostanze
nutritive.
Un
suolo
così
è
difficile
da
trovare
in
natura
alle
nostre
latitudini,
per
cui
si
ricorre
ad un
miscuglio
basato
su
terra
di
campo
(ricca
di
microrganismi
utili),
sabbia
(ha
bassa
capacità
di
assorbimento
ionico
e non
trattiene
umidità), terriccio
di foglie
(per
l'apporto
di
sostanza
organica)
in
varie
percentuali.
Ovviamente
è
possibile
utilizzare
dei
sostituti:
terra
di
giardino,
ghiaietto,
pomice,
lapillo
lavico,
pozzolana,
ecc.
Si può ridurre il pH della soluzione circolante in un terriccio, aggiungendo del
gesso, della torba o del terriccio di foglie di faggio. Al contrario si aumenta
il pH aggiungendo calce spenta, polvere di marmo, farina di gusci d'ostriche.
Per
i
neofiti,
ed
a
scopo
puramente
indicativo,
alla
pagina
appunti
di
coltivazione
ho
indicato
alcune
formule
alle
quali
si
può
fare
riferimento.
 PH.
Il pH è l'unità di misura che esprime il grado di acidità o di
alcalinità di una soluzione. Per cui non si dovrebbe parlare di acidità e
basicità del terreno ma della reazione che presenta la soluzione che viene fatta
circolare in esso. La scala va da 0 a 14; più precisamente da 0 a 6
indica acidità, da 8 a 14 alcalinità, 7 sta per neutralità. E' utile sapere che il pH è una grandezza logaritmica, cioè se
il pH viene alterato di 1° la variazione è pari a 10 volte. Se il pH varia di 2°
la variazione è di 100 volte, e così via. Per cui un terriccio con un pH 5, è 10
volte più acido di uno con un pH 6, 100 volte più acido di un suolo con pH
7, e 1000 volte più acido di uno con pH 8.
E' risaputo
che
le
piante
grasse
gradiscono,
di
norma,
un
pH
neutro
(7)
o
leggermente
acido
(6-6,5),
fatte
salve
le
epifite
che
lo
gradiscono
più
acido,
ed
altre
che
invece
lo
prediligono
più
alcalino.
Spesso
non
si
sa
come
effettuare
questa
misurazione,
a
meno
di
ricorrere
ad
un
laboratorio
di
analisi
chimica; esiste tuttavia la possibilità di eseguire una
valutazione casalinga mediante un "piaccametro elettronico" come quello
rappresentato a destra o una semplice analisi mediante
un metodo "colorimetrico a comparazione ottica" (immagine in
basso a sinistra) meno
precisa, ma sufficiente, e meno costosa.
Trattasi di quei test usati in
acquariofilia o nelle piscine. Si versa un cucchiaino di terriccio in un
bicchiere contenente 30 cc. di acqua demineralizzata, si mescola ri petutamente,
si fa riposare per qualche giorno, dopo di che si filtra con un imbuto nel cui foro è stato
inserito un piccolo batuffolo di cotone idrofilo; quindi si prelevano 5 cc. di
liquido da versare nella provetta graduata acclusa al test e se ne segue le
istruzioni. Lo stesso procedimento può essere seguito per l'analisi con
piaccametro elettronico a patto di utilizzare quantità maggiori di acqua e di
terriccio. Sconsigliabili in quanto troppo imprecise, risultano invece le
misurazioni eseguite con le cartine al tornasole.
Disinfezione.
Questa
pratica
risulta
indispensabile
quando
si
desidera
riutilizzare
del
terriccio
ricostituito,
prelevato
in
natura,
nel
sottobosco,
o
da
utilizzare
nelle
semine
delicate.
Lo
scopo
è
quello
di
eliminare
eventuali
semi
indesiderati,
spore
crittogamiche,
uova
e
larve
di
insetti,
anguillole,
ecc.
Ecco
alcune
metodologie
semplici
eseguibili
in
casa:
-
annaffiare
per
bene
il
terriccio
con
acqua
bollente
e
poi
farlo
asciugare;
-
ricorrere
al
forno
regolato
almeno
a
100°C
per
circa
mezz'ora,
o
a
quello
a
microonde
a
tutta
potenza
per lo
stesso
tempo; in questo caso il
terriccio
deve
essere
previamente
bagnato;
-
fare
uso
di
formaldeide
al
40%
(formalina)
da
diluire
con
acqua
al
momento
dell'uso
nel
rapporto
di
1:50
(una
parte
di
formalina
e
50
di
acqua).
Questa
operazione
va
eseguita
all'aperto
così
da
non
respirare
i
vapori
che
si
generano.
Con
la
soluzione
si
annaffia
il
terriccio
nella
misura
di
10 lt.
per
circa
30
cm3
di
massa.
Si
rimescola
per
bene
e
si
copre
per
qualche
giorno
con
un
telo
di
nylon,
attendendo
un
paio
di
settimane
prima
di
utilizzarlo.
Carenze
e
clorosi.
Non
sempre
l'aspetto
giallognolo,
che
alcune
piante
assumono,
è
dovuto
a
malattie.
La
causa
può
anche
essere
ricercata
in
un
pH
non
adeguato,
a
cui
si
pone
rimedio
con
un
rinvaso;
o
a
carenza
di
oligoelementi,
ovviabile
con
appropriato
fertilizzante.

SEMI E SEMENZALI
La
disinfezione
dei
semi.
E'
una
pratica
assai
utile
per
la
eliminazione
delle
spore
fungine.
Un
sistema
è
quello
di
ricorrere
all'acqua
calda
a
60°C.
da
mantenere
costante
per
circa
mezz'ora
durante
la
quale
i
semi
dovranno
restare
immersi.
Invece
dell'acqua
calda
si
può
usare
dell'ipoclorito
di
sodio
(varechina)
diluito con
acqua nel rapporto 1 a 10,
provvedendo
a
fine
trattamento
(un'ora)
ad
un
accurato
lavaggio
con
acqua
piovana
preventivamente
bollita.
Altro
sistema,
da me preferito, è
quello
di
spolverare
i
semi
con
un
buon
anticrittogamico
in
polvere.
Per
dettagliate
informazioni
sulle
modalità
di
semina
clicca
qui.
Scarificazione.
Serie
di
interventi
volti
a
far
penetrare
l'umidità
all'interno
del
seme
e
dare
così
inizio
al
processo
germinativo.
La
pratica
è
indispensabile
per
i
semi
a
tegumento
duro
i
quali,
a
seconda
delle
dimensioni,
sono
trattati
in
modo
diverso.
Quelli
maneggiabili
vanno
incisi
con
un
ago,
lima,
tela
abrasiva
ecc.I
semi
delle
cosiddette
"piante
da
freddo",
andranno
necessariamente
immersi
per
circa
5
minuti
in
acido
solforico
e
poi
accuratamente
lavati.
Stratificazione.
Si
sottopongono
i
semi
ad
un
inverno
artificiale
conservandoli
per
qualche
tempo
nel
frigo
fra
1
e
4°C.
Altro
metodo
è
quello
dello
choc
termico
(gelo-disgelo)
mediante
il
quale
si
mettono
i
semi
in
freezer
di
notte
e
si
tolgono
di
giorno.
Controllo
germinabilità.
E'
una
pratica
utile
per
determinare
l'efficienza
germinativa.
Si
inserisce
in
un
vasetto
di
vetro
o
dentro
una
scatoletta
di
plastica,
dell'ovatta
a
strati
(ottima
quella
per
struccare
il
viso)
mantenuta
costantemente
umida;
si
sparge
un
numero
ben
definito
di
semi;
si
sigilla
col
coperchio
o
mediante
pellicola
trasparente,
ed
a
temperatura
adeguata
si
attende
la
germinazione.
In
questo
modo
si
raccolgono
dati
precisi
sui
tempi
e
sulle
percentuali
delle
nascite.
Pre-germinazione.
I
semi
grossi,
specialmente
se
non
scarificati
sono
lenti
a
germinare
ed
assai
suscettibili
ad
ammuffire,
per
cui
oltre
che
disinfettarli,
può
risultare
utile
farli
pregerminare
su
cotone
idrofilo
o
su
carta
assorbente
come
per
il
controllo
germinabilità.
A
nascita
avvenuta
si
invasano.
Semi
minuti.
Per
favorire
un'opportuna
distribuzione,
i
semi
molto
piccoli
possono
essere
mescolati
a
polvere
di
carbonella
o
zolfo,
che
funzionano
anche
da
anticrittogamici.
Altro
sistema
è
quello
di
piegare
a
metà
una
cartina,
versarvi
sopra
i
semi
e
dare
con
una
mano
dei
leggeri
colpetti
all'altra
che
la
sorregge,
così
da
permettere
un
maggiore
controllo
nella
semina.
Semine
in
barattolo.
Quando
si
devono
eseguire
semine
delicate,
un
ottimo
sistema
è
quello
di
usare
un
barattolo
di
vetro
entro
cui
avremo
inserito
del
materiale
inerte
e
possibilmente
sterile
come,
ad
esempio,
la
pomice,
l'agrilit
o
la
sabbia
di
quarzo
da
cui
avremo
stacciato
via
sia
la
parte
con
diametro
superiore
ai
2
mm.,
che
quella
polverulenta.
Completata
la
semina
si
chiude
col
relativo
coperchio
ed
a
germinazione
avvenuta
si
trapianta
delicatamente.
Ripicchettamento.
I
giovani
semenzali
sono
spesso
troppo
fragili
per
essere
ripicchettati
a
mano,
allorché
è
giunto
il
momento
di
trapiantarli
in
un
terriccio
più
confacente
alla
specie.
A
questo
scopo
può
risultare
utile
l'attrezzo
qui
rappresentato.
Trattasi
di
un
cartellino
in
plastica
o
in
legno
del
genere
che
si
usa
per
la
nomenclatura,
a
cui
è
stato
praticato
un
incavo
a
V.

La
raccolta
dei
semi.
I
frutti
contengono
semi
che
vanno
raccolti
a
completa
maturità,
e
con
modalità
diverse
a
seconda
che
siano
deiscenti
o
indeiscenti.
Per
quelli
deiscenti
l'operazione
dovrà
essere
compiuta
quando
si
aprono
spontaneamente;
per
gli
altri,
a
seconda
dei
casi,
quando
seccano,
appassiscono
o
si
possono
staccare
agevolmente.
I
frutti
carnosi
sono
sempre
indeiscenti.
Alcune
specie
maturano
i
frutti
dopo
solo
due
settimane
(ad
es.
gli
Astrophytum),
molte
lo
fanno,
comunque,
nello
stesso
anno
della
fioritura,
altre
come
la
famiglia
delle
Asclepiadaceae,
maturano
i
follicoli
l'anno
successivo
all'impollinazione.
I
Mesembriantemi
impiegano
6
mesi,
ma
la
semina
deve
avvenire
non
prima
di
un
anno
dall'impollinazione.
I
minutissimi
semi
delle
Crassulaceae
difficilmente
germinano.
I
frutti
si
conservano
in
un
vasetto,
in
luogo
arieggiato
in
attesa
dell'estrazione
dei
semi,
con
l'avvertenza
di
indicare
genere,
specie
ed
anno
di
produzione.
Spesso
in
caso
di
frutti
carnosi
può
essere
opportuno
attendere
l'essiccazione
della
polpa.
I
frutti
secchi
vanno
disposti
su
di
un
foglio
di
carta
e
aperti.
I
semi
che
ne
usciranno
saranno
ripuliti
dalle
impurità
con
l'aiuto
di
uno
stecchino,
soffiando
via
con
delicatezza
la
parte
polverosa.
Quelli
molto
minuti
vanno
ripuliti
aiutandosi
con
una
lente
da
ingrandimento
o
meglio
un
microscopio.
I
frutti
carnosi
e
con
mucillaggini
vanno
aperti
ed
i
semi
collocati
entro
un
colino
aventi
le
maglie
un
pò
più
piccole
del
diametro
degli
stessi.
Si
mette
il
tutto
sotto
un
getto
d'acqua
del
rubinetto
e
si
stropiccia
fino
a
quando
i
semi
risulteranno
puliti.
Si
fa
asciugare
e
si
tolgono
eventuali
impurità
e
frammenti
ormai
secchi.
I
frutti
a
follicolo
vanno
chiusi
per
tempo
in
una
garza
per
impedire
al
pappo
di
disperdersi.
Le
capsule
delle
Euphorbiaceae
e
delle
Liliaceae
vanno
anch'esse
chiuse
in
una
garza
per
evitare
che
i
semi
si
disperdano
a
seguito
dell'espulsione.
Le
capsule
dei
Mesembriantemi
non
devono
essere
bagnate
allorché
si
desidera
estrarne
i
semi,
per
non
correre
il
rischio
di
trovarle
vuote.
Io
provvedo
ad
aprirle
sopra
ad
un
foglio
di
carta
con
l'accortezza
di
togliere
e/o
di
soffiare
via
con
attenzione
tutte
le
impurità.
Altri
mettono
i
frutti
in
un
bicchiere
d'acqua,
poi
quando
sono
ben
aperti
li
scuotono,
quindi
provvedono
alla
raccolta
dei
semi
con
un
colino
a
maglie
fitte.
Raccomando
un'accurata
pulizia
dei
semi
che
devono
essere
perfettamente
liberati
dai
residui
di
polpa che sono
spesso
fonte di
malattie
fungine.
Non
dimenticare
neppure
una
buona
disinfezione
secondo
quanto
precedentemente
indicato.
Assai
utile
per
la
raccolta
dei
semi
è
questo
semplice
attrezzo,
facilmente
autocostruibile
con
un
contenitore
per
pellicole
35
mm.
ed
alcuni
centimetri
di
tubetto
plastico
del
genere
usato
negli
acquari.
Aspirando
col
tubetto
di
destra,
i
semi
risaliranno
in
quello
di
sinistra
finendo
dentro
al
contenitore.
RIPRODUZIONE
AGAMICA
Talea.
Tecnica
mediante
la
quale
con
appropriati
accorgimenti,
e
sotto
determinate
condizioni,
parte
di
una
pianta
emette
radici
per
dare
vita
ad un
nuovo
soggetto, attraverso
un
processo
di
rigenerazione
che
riproduce
esattamente
la
pianta
da
cui
proviene.
E'
una
proprietà
che
hanno
moltissimi
vegetali
che
li
porta
a
ricrearsi
organi
mancanti.
Dapprima
si
forma
il
callo,
poi
le
radici,
quindi
la
gemma
apicale
riprende
a
crescere,
segno
evidente
dell'avvenuto
attecchimento.
Le
talee
permettono
di
ottenere
velocemente
e
con
facilità
nuove
piante,
specialmente
quelle
i
cui
semi
sono
introvabili
o
in
via
di
estinzione.
Si
salvano
così
piante
malate
e
si
ringiovaniscono
quelle
vecchie
o
malformate.
Il
periodo
migliore
è
quello
che
va
dalla
fine
della
primavera
alla
fine
dell'estate,
allorché
le
piante
sono
"in
tiro".
Se
una
pianta
viene
colpita
da
marciume
e
si
ha
necessità
di
farne
una
talea,
la
si
può
conservare
al
fresco
e
farla
radicare
in
primavera.
Preparazione.
Scelta una pianta sana, si procederà a resecare la parte basale della talea (2 cm. finali) dandogli
una forma a cono rovesciato (V.disegno a lato) senza giungere ad intaccare i fasci centrali
(cactaceae);
gli
elementi
piatti,
tipo
Opuntia,
saranno
tagliati
obliquamente.
Si
usano
utensili
puliti,
disinfettati
in
alcool
e
molto
affilati;
si
spolvera
il
taglio
con
un
anticrittogamico.
Talee
di
fusto.
Dopo
essere
state
tagliate
devono
poter
asciugare
in
un
luogo
caldo
e
asciutto
e
affidate
al
substrato
solo
quando
sul
taglio,
ormai
asciutto,
si
sia
formato
un
velo
impermeabile.
Con
le
succulente
a
stelo
si
esegue
un
taglio
orizzontale,
appena
2-3
mm.
sotto
ad
un
nodo
(se
presente),
si
tolgono
le
eventuali
foglie
inferiori
e
si
accorciano
quelle
superiori.
La
talea
sarà
lunga
circa
10
cm.
Le
talee
di
Euphorbia
si
immergono
in
acqua
calda
per
impedire
che
sul
taglio
si
formi
un
coagulo
che
impedirebbe,
in
seguito,
il
radicamento.
Talea
di
foglia
o
parte
di
essa.
Con
un
attrezzo
affilato
si
stacca
una
foglia
che
viene
fatta
asciugare
e
poi
appoggiata
semplicemente
al
substrato
appena
umido.
Questo
tipo
di
talea
è
molto
frequente
per
Sansevieria,
Aeonium
tabulaeforme,
Gasteria,
Haworthia
e
molte
Crassulacee
come
Echeveria,
Pachyphytum,
Adromiscus,
Sedum,
Kalanchoe.
Un
caso
particolare
è
costituito
da
Briophyllum
che
produce
intorno
alla
foglia
delle
mini
piantine,
a
volte
già
radicate
e
pronte
a
germogliare.
Questo
sistema
rende
la
pianta
infestante
per
cui
va
tenuta
in
disparte.
Per
i
Lithops
(e
Mesembriantemi
simili)
occorre
cercare
di
staccare
la
foglia
più
in
basso
possibile,
in
quanto
è
indispensabile
prelevare
l'apice
vegetativo.
Si
fa
asciugare
per
qualche
giorno
e
si
pianta
in
sabbia
asciutta.
Le
talee
di
radici.
Poco
frequenti
nelle
succulente,
trattasi
di
prelevare
porzioni
di
radici
principali,
lunghe
circa
2
cm,
da
"seminare"
in
terriccio
leggero
appena
coperte.
Si
preparano
ai
primi
di
marzo
con
calore
di
fondo.
Un
caso
particolare
è
quello
della
Leuchtembergia
principis
che
è
possibile
moltiplicare
per
talea
di
tubercolo.
Substrato.
Il
substrato
migliore
è
costituito
dalla
sabbia
o
pomice
disinfettati
in
acqua
bollente.
Esecuzione.
Le
talee
si
interrano
poco,
circa
1
cm,
se
non
stanno
diritte
si
può
affiancare
loro
un
tutore.
Un
altro
metodo
è
quello
di
mettere
nel
vaso
1/3
di
composta
per
cactacee,
si
copre
con
qualche
centimetro
di
graniglia,
si
inserisce
la
talea
e
si
aggiunge
dell'altra
graniglia
fino
ad
un
centimetro
dal
bordo.
Condizioni.
L'ambiente
deve
essere
sufficientemente
caldo
(20-25°C),
umido
e
ben
illuminato.
L'umidità
impedisce
alla
talea
di
avvizzire,
ma
se
eccessiva
la
fa
marcire,
per
cui
occorre
che
i
tre
elementi
indicati
siano
ben
equilibrati,
anche
in
funzione
del
tipo
di
pianta,
dell'ambiente
e
della
stagione.
Maestra
in
questo
campo
è
soprattutto
la
pratica.
L'inserimento
di
talee
in
aria
confinata,
ad
esempio
sotto
un
vasetto
di
vetro
rovesciato
o
dentro
un
sacchetto
di
plastica
trasparente,
aiuta
molto.
Ad
attecchimento
avvenuto
si
dà
aria
in
modo
graduale
e
quando
si
considera
che
le
radici
siano
sufficientemente
sviluppate
si
tolgono
dal
substrato
e
si
invasano
con
un
terreno
adatto
alla
specie.
L'uso
di
ormoni
radicanti,
seppure
non
indispensabili,
possono
essere
d'aiuto
nei
casi
difficili
come
per
certe
Euphorbia
e
Alluaudia.
Germogli (getti), divisione dei cespi,
rizomi, tuberi.
Molte
piante
quali
Aloe,
Agave,
Echinocereus,
Gasteria,
Haworthia,
Sempervivum,
Sansevieria,
Sedum
emettono
con
dovizia
germogli
basali
già
radicati
che
una
volta
separati,
si
invasano
per
ottenere
con
facilità
nuove
piante.
Se
i
germogli
sono
emessi
più
in
alto,
e
sono
quindi
senza
radici,
possono
essere
staccati
e
fatti
radicare
come
talee.
Se
una
pianta
non
produce
rami,
come
accade
a
molte
cactacee,
si
può
tagliare
l'apice
in
modo
da
stimolare
la
pianta
a
produrre
ricacci
che
una
volta
raggiunta
una
certa
dimensione
possono
essere
staccati
e
fatti
radicare
per
ottenere
nuove
piante.
Stoloni,
propaggini.
Questo
metodo
di
propagazione
si
usa
per
quelle
succulente
che
hanno
la
tendenza
ad
allungarsi,
spesso
a
livello
del
terreno,
per
cui
è
sufficiente
interrare
una
parte
di
ramo
per
fargli
emettere
radici,
dopo
di
che
si
separa
dalla
pianta
madre
e
si
invasa.

Innesto.
Tecnica mediante la quale si uniscono due piante, o loro parti, con lo scopo
di ottenere una saldatura come se si
trattasse di un unico corpo. La pianta che riceve l'innesto si chiama soggetto o
portainnesto, quella che si inserisce marza o nesto. Affinché ciò accada è
necessario che marza e soggetto appartengano alla stessa famiglia e che si
tratti di dicotiledoni. Gli scopi sono molteplici: accelerare la crescita di
soggetti lenti, da
affrancare
successivamente
se
lo
si
desidera;
propagare
le
piante
crestate;
permettere
la
sopravvivenza
a
soggetti
difficili
ed
a
quelli
che
non
producono
clorofilla;
salvare
una
piccola
porzione
sana,
di
una
pianta
malata
per
la
quale
non
è
possibile
eseguire
una
talea;
moltiplicare
piante
che
emettono
radici
con
difficoltà.
L'innesto
si
esegue
di
preferenza
su
Cactaceae,
ma
anche
su
Euphorbiaceae, Didieraceae,
Asclepiadaceae.
Il
periodo
migliore
è
quello
in
cui
le
piante
sono
in
piena
vegetazione
e
cioè
da
metà
aprile
a
metà
agosto.
L'innesto
si
esegue
su
parti
preferibilmente
giovani
che
non
presentino
fasci
lignificati;
è
eseguibile
anche
su
semenzali
con
una
tecnica
descritta
a
proposito
delle
semine
e
alla
pagina
FAQ:
domanda
n.22 inerente
l'innesto
ipocotile.
Sono
buoni
portainnesti
per
le
cactaceae in genere:
Trichocereus schickendatzii, T.spachianus, T.macrogonus,
T.pachanoi, T.bridgesii, Opuntia.
Echinopsis di 2-3 cm di diametro si
presta
bene
per
Aztekium,
Ariocarpus,
Uebelmannia;
Austrocylindropuntia subulata per Tephrocactus. Myrtillocactus
tenuto a circa 10°C. è
molto
indicato
per
Ortegocactus;
Harrisia tenuta a 12°C. per
Sulcorebutia. Pereskiopsis velutina, P.spathulata, Opuntia
humifusa sono da preferire per i semenzali. Selenicereus grandiflorus e
S.hamatus si prestano per tutti i cacti epifiti. Hylocereus, assai usato dai
vivaisti è da sconsigliare, sia per le temperature minime che per i problemi che
questo innesto genera; chi avesse piante così innestate farebbe bene a
reinnestarle su altro portainnesto più consono.
Fra
le
succulente:
Ceropegia
woody
per
le
Asclepiadaceae;
Pachypodium
lamerei
e
Oleandro
per
le
Apocynaceae;
Stapelia
per
Hoodia,
Trichocaulon e
Tavaresia;
Euphorbia
mammillaris, E.canariensis, E. ingens
per
Euphorbia
in
genere;
Alluaudia
procera
per
le
Didieraceae;
Crassula
portulacea
per
le
Crassulaceae.

Circa
le
modalità
di
esecuzione,
la
sovrapposizione
orizzontale
é
fra
le
più
seguite.
Si
disinfetta
con
alcool
la
lama
del
"cutter"
con
la
quale
si
taglia
in
orizzontale
la
sommità
del
portainnesto
in
modo
netto
e
senza
creare
scalini
con
movimenti
di
avanti-indietro.
Si
smussano, rastremandoli,
i
contorni
sia
del
portainnesto che della marza, procedendo in modo spedito per non far asciugare i
tagli. Il Lodi consiglia di
sovrapporre ai tagli una fettina di qualche millimetro di spessore. Si
sovrappone la marza al soggetto con un movimento di avanti-indietro per
eliminare possibili bolle d'aria e facendo in modo che i fasci vascolari
coincidano. Se il diametro è diverso occorre spostare lateralmente la marza e
far intersecare i fasci. E' buona norma che il diametro del
portainnesto sia di poco superiore alla marza. Maggiori sono i punti di contatto, meglio riesce
l'innesto. La rastrematura è indispensabile per evitare che la
zona interna dei tagli, asciugandosi di più di quella esterna, provochi il
distacco della marza. Anche le areole del portainnesto vanno rimosse per evitare
che questo emetta dei getti che toglierebbero preziosa linfa alla marza.
A questo punto si esercita una moderata pressione sulla marza e la si fissa con due
robuste spine di cactus, quindi si passa un elastico da sopra la marza a sotto
al vaso. La pressione esercitata deve essere moderata per non compromettere il
lavoro.
 
La
sovrapposizione obliqua
si riconduce a quella precedente, con la differenza di avere a disposizione una
superficie d'innesto maggiore.

Innesto ad incastro:
vedi parte destra di fig.1
L'innesto
a
spacco
è
adatto
per
Schlumbergera,
Aporocactus, Wilcoxia,
usando
come portainnesto
Pereskiopsis
e
legando
con
rafia.
Si
esegue
come
in
fig.2.
L'affrancamento
è l'operazione con la quale si permette alla marza di emettere radici. Il
distacco della marza da piante adulte si esegue, preferibilmente, in primavera;
si attende che la ferita cicatrizzi per bene, poi si trasferisce la marza su di un
substrato umido, prevalentemente minerale (pomice), in ambiente a 25-30°C. per
farla radicare.
RIPRODUZIONE
SESSUATA
Rinvio
alla
pagina
Le
semine

RECIPIENTI DI COLTURA
I
vasi.
A
meno
di
vivere
in
zone
a
clima
particolarmente
favorevole,
le
piante
grasse
devono
essere
coltivate
in
vaso.
In
passato
si
è
molto
discusso
se
dare
la
preferenza
ai
contenitori
in
plastica
o
a
quelli
in
terracotta.
Oggi
quasi
tutti
concordano
sulla
superiorità
della
plastica:
più
leggera,
di
minor
costo,
facile
da
disinfettare,
si
asciuga
più
lentamente
della
terracotta,
non
crea
incrostazioni,
le
radici
non
si
attaccano
alle
pareti.
Il
colore
più
adatto
è
il
marrone,
non
solo
perché
esteticamente
migliore,
e
di
aspetto
simile
alla
terracotta,
ma
perché
il
nero,
purtroppo
assai
comune,
esposto
al
sole
scalda
troppo
le
radici
col
rischio
di
bruciature.
Quanto
alla
forma,
quella
quadrata
gode
dei
maggiori
favori,
perché
utilizza,
senza
sprechi,
tutto
lo
spazio
a
disposizione
sui
bancali
(+ 27% di
superficie
utile).
Ad
ogni
svasatura
tutti
i
contenitori
devono
essere
disinfettati
prima
del
loro
riutilizzo.
S'inizia
mettendo
in
ammollo
i
vasi
in
un
secchio,
poi,
con
l'ausilio
di
un
pennello
si
asportano
i
residui
di
terra.
Fa
seguito
un
accurato
risciacquo
e
quindi
la
disinfezione
con
formaldeide,
lysoform,
o
varechina
nelle
proporzioni
di
una
parte
di
prodotto
contro
dieci
di
acqua.
I
vasi
resteranno
immersi
nella
soluzione
per
almeno
un
paio
di
giorni,
dopo
di
che
si
provvederà
ad
un
ultimo
e
abbondante
lavaggio. I vasi in terracotta vanno intrisi di alcool al quale poi si dà fuoco.
Gli
attrezzi.
Anch'essi
devono
essere
periodicamente
disinfettati
usando
la
stessa
metodologia
dei
vasi.
Per
coltelli,
cutter
e
forbici
si
usa
alcool
denaturato.
I
vassoi.
E'
assai
utile
tenere
i
vasi,
di
non
grande
dimensione,
nei
vassoi.
Ne
deriva
il
duplice
vantaggio
della
facilità
di
trasporto
nonché
di
annaffiatura
e
fertilizzazione
che
potrà
essere
eseguita,
assai
proficuamente,
dal
basso.
Il
rinvaso.
Va
eseguito
in
un
recipiente
di
adeguate
dimensioni,
non
troppo
piccolo
per
non
comprimere
le
radici
che
renderebbero
difficili
anche
le
annaffiature
e
le
concimazioni,
ma
neppure
troppo
grande
per
non
avere
l'inconveniente
delle
radici
che
si
dirigono
subito
verso
la
parete
senza
riempire
tutto
il
pane
di
terra,
per
cui
in
breve
tempo
dovremmo
rinvasare
di
nuovo
con
pregiudizio
per l'estetica
e per
lo
spazio
a
disposizione.
Di
norma
si
usano
misure
di
due-tre
centimetri
più
larghe
della
precedente.
Una
radice
a
fittone
richiede
un
vaso
più
profondo
che
largo,
mentre
una
ramificata
ne
pretende
uno
inverso.
In
caso
di
primo
rinvaso
(quello
dopo
la
semina),
si
usano
vasetti
di
6-7
cm.
Sono
da
sconsigliare
quelli
piccolissimi
da
2,5
cm.
che
asciugano
troppo
velocemente.
Vanno
rinvasate,
anche
se
mostrano
di
non
averne
bisogno,
le
piante
acquistate
presso
supermercati
e
vivai
non
specializzati,
che
di
norma
sono
fatte
crescere
su
torba,
che
a
lungo
andare
risulta
dannosa
per
le
succulente.
Si
immergono
i
vasi
in
acqua
fino
a
quando
la
torba
non
sia
ben
intrisa;
si
tolgono
le
piante
dal
vaso
e
si
pongono
sotto
un getto
d'acqua fino
a
quando
tutta
la
torba
non
se
ne
sia
andata;
quindi
si
fanno
asciugare
le
radici
all'ombra
per
qualche
giorno,
dopo
di
che
si
rinvasano
con
un
terriccio
adatto.
L'operazione
si
esegue,
di
norma,
a
primavera
ma
nulla
osta
che
venga
fatta
in
qualsiasi
periodo
dell'anno
ad
eccezione,
forse,
dell'autunno
allorché
le
piante
si
preparano
alla
stasi
invernale.
Non
si
rinvasa
tutti
gli
anni,
ma
solo
quando
notiamo
in
maniera
evidente
che
il
vaso
è
divenuto
troppo
piccolo,
o
le
radici
cominciano
a
fuoriuscire
dal
foro
di
scolo,
o
infine
ci
accorgiamo
che
la
pianta,
probabilmente
sofferente,
non
cresce
più.
Per
facilitare
il
rinvaso
di
piante
di
una
certa
dimensione,
oltre
che
con
guanti
spessi
da
giardiniere,
ci
si
aiuta
col
classico
giornale
piegato
più
volte
passato
intorno
alla
pianta,
il
cui
bordo
del
vaso
rovesciato
viene
battuto
su
di
un
tavolo
o
asse
di
legno.
Si
sistemano
le
radici,
si
asportano
quelle
morte,
si
tagliano
quelle
aggrovigliate
o
troppo
lunghe,
si
verifica
se
ci
sono
parassiti
da
debellare.
Se
il
foro
di
scolo
è
grande
lo
si
copre
con
un
pezzetto
di
coccio,
si
deposita
sul
fondo
qualche
centimetro
di
materiale
fognante
(argilla
espansa,
ghiaia,
pomice),
si
versa
un
pò
di
terriccio
fresco,
si
sistema
la
pianta
con
le
radici
possibilmente
allargate,
si
termina
di
versare
la
terra
che
deve
arrivare
a
1-2
cm.
dal
bordo
in
corrispondenza
del
colletto
della
pianta.
Prima
di
annaffiare
ed
eventualmente
concimare
attendere
una
settimana
per
dare
modo
alle
ferite
di
rimarginare
ed al
soggetto
di
riprendersi.

L'ANNAFFIATURA
Questo
argomento
è
già
stato
trattato
in Cactaceae,
in
Fattori
di
crescita
e in Appunti
di
coltivazione per
cui
in
questa
sede
parlerò
solo
della
qualità
dell'acqua.
Personalmente
preferisco
usare
quella
piovana,
raccolta
dopo
circa
15
minuti
da
quando
è
iniziata
la
precipitazione,
così
da
essere
immune
da
impurità,
polveri
e
spore
patogene
prestando
attenzione
al pH
(piogge
acide).
C'é
chi fa
bollire
e
poi
riposare
l'acqua di
rubinetto,
risolvendo
però
solo
in
parte
il
problema,
senza
considerare
che
quando
le
piante
sono
molte
il
procedimento
risulta
alquanto
scomodo
e
lungo.
Alcuni
aggiungono
acido
ossalico (mediamente un cucchiaio/lt. d'acqua),
altri
acido
fosforico (mediamente 1 cc/lt d'acqua),
acido
solforico
o acido
nitrico fino
a
raggiungere
il pH voluto
(di norma
5,5-6,5),
ovvero
appositi
prodotti
in
vendita
anche
nei
supermercati. Ecco
alcuni
parametri:
-
acqua
bollita
per
10'
perde
il
10%
di
calcio;
-
"
"
"
30'
"
il
50%
"
;
-
"
fatta
riposare
per
una
settimana
perde
il
10%
di
calcio.
-
Un
litro
d'acqua
con
aggiunta
di
1,2
ml.
di
acido
solforico
al
98%
abbassa
la
durezza
di
un
grado
DH.
Per
cui
supponendo
che
l'acqua
di
rubinetto
contenga
150
mg
di
ossido
di
calcio
(Ca
O)
per
litro
e
cioè
15°
DH,
dovremo
usare
18
ml
di
acido
solforico
per
litro
d'acqua
per
eliminare
tutto
il
calcio
presente.
Una
soluzione
potrebbe
essere
quella di
usare
acqua
piovana
raccolta
dal tetto,
eventualmente
miscelata
con acqua
di
rubinetto
per
correggerne
l'eventuale
eccessiva acidità.
Il pH si
può
misurare
con gli
appositi
kit usati
in
acquariologia
e nel
trattamento
acque
(addolcitori).
Altro
parametro
che è
bene
considerare
è quello
della
salinità
della
soluzione
nutritiva
finale
(conducibilità
elettrica)
da
mantenere
entro
1,6-2,5 mS/cm.(micro Siemens per cm)
E' bene
che la
soluzione
nutritiva
venga
preparata
al momento
dell'uso
in quanto
il calcio,
normalmente
presente
nell'acqua,
a contatto
col
fosforo
tende a
precipitare
ed a
formare un
sale non
assimilabile
dalle
colture.
Un'altra
possibilità
potrebbe
essere
quella di
acidificare
la
soluzione.

I FERTILIZZANTI
Trattasi
di
sostanze
in
grado
di
arricchire
il
suolo
di
nutrienti.
Ce
ne
sono
di
naturali
(organici)
e
di
chimici
sotto
vario
titolo
e
forma:
liquidi,
in
polvere,
in
grani,
in
pillole,
in
pani
ecc.
In
un
buon
terreno
troviamo
macroelementi
come:
l'azoto,
il
fosforo,
il
potassio,
il
calcio,
lo
zolfo,
il
magnesio
ed
il
ferro
tutti
indispensabili
per
permettere
la
vita
alla
piante
al
pari
dell'ossigeno
e
del
carbonio,
sotto
forma
di
anidride,
assunti
entrambi
dall'aria,
e
dell'Idrogeno
estratto
dall'acqua.
L'azoto
è
un
regolatore
delle
crescita,
necessario
per
la
sintesi
delle
proteine
e
la
formazione
della
sostanza
vivente.
E'
presente
nella
materia
organica
e
nell'humus
ed è
trasportato
dal floema
e dallo
xilema.
Provvede
alla
costruzione
della
struttura
dei
tessuti
vegetali
unitamente
all'idrogeno
ed
all'ossigeno
dell'acqua,
e al
Carbonio
fotosintetico.
Speciali
microrganismi
provvedono
alla
trasformazione
dell'azoto
organico
in
ammoniacale
e
quindi
in
nitrico
che
è
la
forma
con
la
quale
le
piante
più
facilmente
lo
possono
assimilare
(80-90%).
Nessuna pianta verde è in grado di fissare l'azoto atmosferico senza entrare in
simbiosi con batteri od organismi Frankia. Viene
fornito
per
via
chimica
con
il
nitrato ammonico,
il
solfato
ammonico
e
l'urea,
tutti
e
tre
a
reazione
non
alcalina,
oppure
per
via
naturale
mediante
il
sangue
secco
e
la
cornunghia
torrefatta
(il primo
di pronta
assimilazione
ed il
secondo a
lenta
cessione).
Le
piante
grasse,
considerata
la
loro
struttura
e
l'ambiente
in
cui
vivono,
richiedono
poco
azoto
se
non
si vuol
predisporle
alle
malattie.
Il
fosforo
è
un
costituente
degli
acidi
nucleici (DNA-RNA),
e dell'adenosintrifosfato
(ATP), è
presente
nei
cromosomi,
i
suoi
composti
organici
sono
fondamentali
nei
processi
energetici;
si lega
alla
sostanza
organica
ed ai
colloidi,
ed è la
pianta
stessa a
regolare
la
disponibilità
della
sostanza;
stimola i
meristemi
apicali e
radicali, contribuisce
al
mantenimento
del
buono
stato
di
salute,
rafforza
le
difese
contro
le
malattie
e
le
avversità,
favorisce
la
fioritura e
la
formazione
dei
semi, trasforma
la
linfa
grezza
in
eleborata.
Poiché
spesso
il
terreno
ne
è
carente
viene
fornito
sotto
forma
di
perfosfato
minerale
che
dovrebbe
essere
perfettamente
solubile
in
acqua.
Non
si
disperde
facilmente
come
avviene
per
l'azoto
nitrico.
La
farina
d'ossa
ed
il
guano
sono,
fra
i
concimi
naturali,
quelli
a
più
elevato
contenuto
di fosforo.
Il
potassio è fondamentale nel processo osmotico delle cellule, è presente nel
citoplasma e nel vacuolo, determina la pressione idraulica interna,
irrobustisce
le
piante,
forma
la
riserva
zuccherina,
dà
colore
ai fiori,
regola la
traspirazione.
Una
sua
carenza
fa
assumere
alla
pianta
un
aspetto
appassito.
E'
trattenuto
dal
terreno
per
cui
è
privo
di
dispersione.
Si
usa
sotto
forma
di
solfato
potassico,
un
sale
molto
solubile
in
acqua,
con
un
titolo
molto
elevato
(50-52).
Lo
zolfo
ed
il calcio
sono,
in
genere,
presenti
in
quantità
sufficienti
nella
terra
di
campo
ma
non
sempre
nei
terricci
preparati.
Il
primo
è il
costituente
degli
aminoacidi
solforati,
ed è deputato
alla
sintesi
delle
proteine;
il
secondo è
un
componente
delle
membrane
cellulari e delle pectine,
attiva gli
enzimi,
neutralizza
gli acidi
organici,
rallenta
l'invecchiamento
dei
tessuti,
fortifica
la pianta
contro gli
attacchi
parassitari,
sovrintende
al
ricambio
idrico,
al
trasporto
della
linfa
ed
allo
sviluppo
delle
radici.
Il
magnesio
è
un
componente
della
clorofilla,
facilita
il
trasferimento
del
fosforo,
è un
attivatore delle reazioni biochimiche,
entra
nella
sintesi
dell'amido
e degli
zuccheri.
Va
somministrato
con
le
concimazioni
perché
spesso,
per
vari
motivi,
è
carente
nel
terreno,
e
causa
di
clorosi.
Il
ferro
serve
allo
sviluppo
dei
cloroplasti
per
la
sintesi
della
clorofilla,
regola la
fotosintesi
e la
respirazione
cellulare,
entra
nella
costituzione
di vari
enzimi.
L'apporto
avviene in
forma
chelata
(EDTA,
DTPA,
EDDHA). Una
sua
mancanza
provoca
la
clorosi
ferrica,
che
fa
assumere
alla
pianta
una
colorazione
gialla.
Fra
i
microelementi
ad azione
catalica che devono essere presenti, ma
in
quantità
minime
(meno
di
0,01%)
annotiamo:
-il
boro
per
il
trasporto
degli
zuccheri e
lo
sviluppo
meristematico;
-il
manganese
per
la
fotosintesi
e
l'attivazione
enzimatica;
-il
rame
per
l'attivazione
enzimatica
e la
sintesi
delle
proteine;
-lo
zinco
per
l'attivazione
enzimatica,
la
sintesi
delle
proteine
e
degli
ormoni;
-il
molibdeno
per
il
metabolismo
dell'azoto;
-il
cloro
per
la
fotosintesi.
Vi sono
poi altri
elementi
quali silicio,
alluminio,
cobalto,
nickel,
selenio,
vanadio che
di norma
sono
presenti
nell'acqua
per cui le
piante non
dovrebbero
denunciarne
la
carenza.
I
microelementi sono componenti essenziali dei sistemi enzimatici delle cellule,
ove agiscono come co-fattori; possono
essere
assorbiti
anche per
via
fogliare.
L'assunzione
della
soluzione
nutritiva
avviene
principalmente
ad opera
delle
radici per
osmosi
e per assorbimento
attivo. Attraverso
le foglie
le piante
assimilano
l'anidride
carbonica,
gli elementi
forniti
dall'uomo,
e in
piccola
parte
l'acqua.
***************
Non
si
concima
durante
il
riposo
della
pianta,
né
immediatamente
dopo
un
trapianto.
La
concentrazione
dei
sali
solubili
deve
essere
inferiore
al
2
per
mille,
meglio
se
pari
a
0,5
per
mille
aumentando,
per
contro,
la
frequenza
di
somministrazione.
Il
rapporto,
non
il
titolo,
fra
i
principali
elementi
azoto,
fosforo
e
potassio
dovrebbe
essere
di
1-2-4
o
1-3-5,
cioè
poco
azoto,
molto
fosforo,
moltissimo
potassio.
Circa
il
modo
di
somministrazione
si
può
optare,
a
seconda
dei
casi,
per
quello
tramite
annaffiatura
o
mescolato
al
terriccio.
Si
può
usare
1
gr.
di
solfato
ammonico,
11
gr.
di
perfosfato,
6
gr.
di
solfato
potassico,
2
gr.
di
solfato
di
magnesio,
oppure
si
può
mescolare
in
pari
quantità
nitrato
potassico
e
fosfato
monopotassico
da
sciogliere
in
acqua
nel
rapporto
di
0,5
gr.
per
litro.
Tuttavia
appare
assai
più
pratico
usare
prodotti
concentrati
da
diluire
al
momento
dell'uso,
contenenti
anche
microelementi,
e
facilmente
reperibili.
Per
quanto
riguarda
la
quantità
di
concime
da
addizionare
al
terriccio
questa
sarà,
mediamente,
di
3
gr.
per
litro
di
composta.
Le
piante
a
crescita
lenta
non
andrebbero
concimate
perché
causa
la
loro
struttura
possono
assorbire
solo
piccolissime
quantità
di
nutrienti
per
cui
sono
più
che
sufficienti
quelli
già
presenti
nel
terreno
e
nell'acqua.

RISCALDAMENTO
-
UMIDITA'-
OMBREGGIAMENTO
-
VENTILAZIONE
(clicca)
Si
rinvia
a
quanto
riportato
alla
pagina
che
si
occupa
della
serra.
MINIME
DI
RICOVERO
INVERNALE (clicca)
|
LE CURE STAGIONALI
Primavera. A marzo,
si
notano
i
primi
segni
di
risveglio
vegetativo.
Alcune
Mammillarie,
qualche
Notocactus
e
Mesembriantemo
hanno
già
pronti
i
boccioli,
per
cui
forte
è
in
noi
la
tentazione
di
annaffiare:
sarebbe
un
errore
che
potrebbe
portare le
piante alla
marcescenza.
Infatti
queste hanno
riserve
idriche
tali
che
possono
fiorire
senza
avere
bisogno
d'acqua.
Quelle
provenienti
dal
deserto
si
giovano
di
una
esposizione
al
sole,
non
all'aperto,
eseguita
in
modo
graduale,
onde
scongiurare
bruciature
che
deturperebbero
le
piante
per
lungo
tempo.
I
cacti
della
foresta
saranno
sistemati
in
posizione
luminosa,
ma
non
al
sole.
Verso i primi di aprile si comincia ad annaffiare di
mattino, con moderazione, specialmente quelle piante che danno segni di sofferenza, prestando
attenzione alla temperatura che dovrebbe essere di almeno 15°C.
Marzo
e aprile sono
i
mesi
più
indicati
per
i
rinvasi
e
per
diradare
le
semine
dell'anno
precedente,
per
sostituire
la
terra
ormai
esaurita
con
la
nuova
alla
quale
si
sarà
aggiunto
un
fertilizzante
fosfopotassico
o
della
farina
d'ossa.
Si
andrà
anche
alla
ricerca
di
eventuali
parassiti
quali
la
cocciniglia
ed
il
ragnetto
rosso.
In
aprile
possono
iniziare
le concimazioni liquide e le semine a calore naturale, il mese successivo gli innesti. A maggio le
piante andranno esposte in pieno sole ed all'aperto in modo che possano godere di
una buona ventilazione.
Estate.
Le
piante
sono
per
la
maggior
parte
in
piena
attività,
vanno
annaffiate
preferibilmente
di
sera
ogni qualvolta
la
terra
si
dimostra
asciutta (cosa che può accadere anche frequentemente).
Attenzione
alla
grandine
(utile
una
rete
protettiva),
ai
forti
temporali
ed
alle
raffiche
violente
del
vento
che
possono
arrecare
danni.
Proseguono
le
concimazioni
e
con
la
fine
di
agosto
non
si
eseguono
più
innesti. Durante le calde notti estive molte piante possono andare in estivazione e bloccare
momentaneamente la crescita, per cui vanno nebulizzate (non annaffiate) nelle ore più fresche.
Autunno.
Con
i
primi
di
settembre
le
piante
si
predispongono
per
il
riposo,
molti
Mesembriantemi
cominciano
a
fiorire,
tuttavia
a
tutte
sospendiamo
le
concimazioni
e
rallentiamo
le
annaffiature, pur continuando a tenerle in piena luce.
Quelle
all'esterno
vengono
riparate
dalla
pioggia
e
a
fine
mese
portate
al
chiuso
prestando
attenzione
ad
eventuali
parassiti
e
lumache
che
spesso
si
rifugiano
sotto
il
bordo
dei
vasi.
In Ottobre si eseguono due sole annaffiature a distanza di 15 giorni, l'ultima a metà novembre. Chi
dispone
di
una
serra
fa
bene
ad
usare
un
soffietto
così
da
spolverare
le
piante
con
un
buon
anticrittogamico
misto
ad
un
antiparassitario,
non
senza
indossare
abiti
adatti
con
relativa
mascherina
e
fare
subito
dopo
una
buona
doccia.
In
questo
periodo
molti
eseguono
le
semine
dei
soggetti
a
crescita
autunno-inverno.
Inverno. Con
l'abbassamento
della
temperatura e la sospensione delle
annaffiature (anche laddove il clima è particolarmente favorevole),
la
terra
si
asciuga
e
le
piante
vanno
in
riposo.
E'
ora
di
predisporre
un
impianto
di
riscaldamento
in
grado
di
assicurare
4/6°C.
alla
maggior
parte
delle
cactaceae (Melocactus, Discocactus, Uebelmannia e qualche altro genere richiedono temperature minime
più elevate).
Molte
succulente
di origine tropicale come molte Euphorbie e quelle munite di caudice esigono temperature dell'ordine
dei 14-16°C.
come
è
rilevabile
andando
alla
pagina
minime
invernali.
Si
cercherà
di
ridurre,
per
quanto
possibile,
la
deleteria
umidità
ambientale
mediante
un
ventilatore.
Chi
possiede
una
serra
può
assumere
maggiori
informazioni
selezionando
la
serra.
Gli
altri
dovrebbero
provvedere
a
sistemare
le
piante
in
un
locale
non
riscaldato
come
un
garage,
soffitta,
ballatoio,
scala
e
perfino
cantina.
Se
la
temperatura
dovesse
scendere
troppo
si
possono
avvolgere
i
vasi
in
carta
da
giornale
o
in
tessuto
non
tessuto.
E'
preferibile
un
locale
illuminato,
ma
se
le
piante
sono
in
completo
riposo,
poca
luce
non
arreca
loro
danni.
Molti ricoverano i cactus in stanze poco illuminate, riscaldate a 20-23°, che poi annaffiano per non
vederli appassire, con la conseguenza di ottenere una crescita stentata e giallastra (filatura o
eziolatura) che li deformerà in modo permanente, non li farà fiorire e a causa del mancato riposo si
indeboliranno fino a morire.
Alcuni
coltivatori
preferiscono
anticipare
le
semine
provvedendo
a
ciò
nei
mesi
da
dicembre
a febbraio.
Ovviamente
ricorrono
al
riscaldamento
e
all'illuminazione
artificiale
nonché
all'uso
di
un
germinatoio
come
descritto
alla
pagina
delle
semine.
In
questi
casi
si
raccomanda
la
disinfezione
del
substrato
e
la
semina
in
aria
confinata
mediante
il
metodo
del
sacchetto
o
della
pellicola
trasparente.
CALENDARIO DELLE OPERAZIONI COLTURALI
|
MESI |
gen |
feb |
mar |
apr |
mag |
giu |
lug |
ago |
set |
ott |
nov |
dic |
|
- Annaffiatura |
|
|
|
ridotta |
|
|
|
|
|
ridotta |
ridotta |
|
|
- Concimazione |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
- Disinfezione |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
- Rinvaso |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
- Semina |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
- Talea |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
- Innesto |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
- Ricovero invernale |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
REGOLE BASILARI
- Le piante con esposizione a sud avranno una crescita
armoniosa, un'abbondante fioritura e delle spine robuste.
- Bagnare le piante solo quando il terriccio è completamente asciutto e mai con le piante in stasi
vegetativa; nel dubbio non annaffiare: muoiono più piante per eccesso d'acqua che per
carenza.
- Concedete alle piante un periodo di riposo necessario per predisporle alla successiva vegetazione
e fioritura.

|
LE FORME STRANE
In
coltivazione,
più
che
in
natura,
si
assiste
a
forme
non
comuni
che
prendono
il
nome
di
crestatura,
dicotomizzazione,
mostruosità,
spiralizzazione.
La
crestatura,
detta
anche
fasciazione,
è
una
anomalia
(non
una
malattia),
mediante
la
quale
l'apice
vegetativo
anziché
svilupparsi
in
altezza
tende
ad
allargarsi
creando
una
specie
di
cresta
o
ventaglio
che
col
tempo
forma
pieghe
e
curve
particolari.
Nel
caso
della
dicotomizzazione
l'apice
vegetativo
(meristema
apicale)
si
divide
in
due
dando
luogo
alla
tipica
pianta
a
due
teste.
Allorché
le
teste
sono
molte,
anche
se
apparentemente
normali,
si
parla
di
mostruosità.
Sono
molte
le
piante
con
anomalie
apicali,
fra
le
cactaceae
citiamo:
Myrtillocactus
geometrizans,
Lophocereus
schottii,
Cereus
peruvianus,
Monvillea
spegazzinii,
Mammillaria
bocasana,
M.spinosissima,
M.zeilmanniana,
M.parkinsonnii,
M.nejapensis,
Trichocereus
bridgesii,
Cereus
forbesii,
Stenocereus
marginatus,
Sulcorebutia
rauschii.
Fra
le
altre
succulente:
Euphorbia
echinus,
E.pugniformis,
E.piscidermis,
E.obesa,
E.lanaganii,
Aeonium
tabulaeformis,
Alluaudia
procera,
Echeveria
sangusta.
Le
cause
di
dette
anomalie
sono
ancora
sconosciute,
anche
se
alcuni
vorrebbero
farle
risalire
ad
attacchi
fungini,
lesioni,
eccesso
di
vigore.
Comunque
ogni
tentativo
di
provocarle
artificialmente
è
fallito.
La
moltiplicazione
avviene
per
talea
ed
innesto,
raramente
per
seme,
sia
perché
a
volte
la
fasciazione
non
consente
la
fioritura,
ed
anche
quando
c'é
produzione
di
seme
spesso
si
sviluppano
piante
normali.
Non
mancano
le
eccezioni
come
accade,
ad
esempio,
con
Cereus
peruvianus
monstruosus
e
Gymnocalicium
quehlianum
che
danno
luogo
a
semi
da
cui
si
sviluppano
piante
anomale.
Nel
caso
del
Gymnocalycium
si
tratta
di
impollinare
un
soggetto
crestato
con
uno
normale.
La
spiralizzazione
è
un
fenomeno
raro,
mediante
il
quale
alcune
piante,
per
lo
più
colonnari,
a
causa
di
modificazioni,
probabilmente
genetiche,
nel
meristema
apicale
danno
luogo
ad
un
minore
accrescimento
dello
stesso
rispetto
ai
tessuti
adiacenti,
in
modo
tale
da
produrre
un
fusto
con
i
piani
disposti
obliquamente
(a
spirale).
Ne
sono
tipici
esponenti
alcune
forme
di
Astrophytum
myriostigma,
Copiapoa
cinerea,
Euphorbia
groenwaldii.
La
variegatura
è
una
mancanza
di
clorofilla
che
può
interessare
tutta
la
pianta,
o
una
parte
di
essa,
che
in
tali
casi
assume
una
colorazione
gialla
e
qualche
volta
rossa.
Tipico
è
il
caso
di
Gymnocalicium
mihanovicii
che
mancando
totalmente
di
clorofilla
per
sopravvivere
deve
essere
innestato.
Una
variegatura
parziale
è
tipica
in
Ferocactus
wislizenii.
In
Giappone
si
ha
una
grande
produzione
di
piante
variegate
artificialmente
mediante
esposizione
a
radiazioni
elettromagnetiche.
Le
chimere
costituiscono
un
caso
particolare,
ove
tessuti
di
piante
non
della
stessa
specie,
si
uniscono
per
dare
luogo
ad
un
soggetto
dall'aspetto
imprevedibile.
Si
pensa
che
Echinopsis
jaku-jo
rientri
in
questa
casistica.
Le
mutazioni
genetiche.
Se
una
pianta
ad
un
certo
momento
emette
un
pollone
con
caratteristiche
non
comuni
alla
sua
specie
siamo
in
presenza
di
una
mutazione
chiamata
sport
che
quando
appare
migliorativa
si
procede
alla
moltiplicazione.
Il
produttore
di
una
nuova
cultivar
può
brevettarla
per
uno
sfruttamento
economico.

INIZIARE
UNA COLLEZIONE
Spesso
chi
inizia
a
collezionare
piante
grasse
lo
fa
quasi
inconsciamente,
acquista
qualche
piantina
al
supermercato
o
dal
fioraio
sotto
casa
perché
attratto
dall'aspetto
accattivante.
In
seguito
altre
andranno
a
far
compagnia
alle
prime,
e
ben
presto
ci
si
ritrova
con
una
ventina
di
graziosi
vasetti.
A
questo
punto
il "virus
collectionis"
è
penetrato
nella
mente
dell'incauto
che
si
appresta
a
diventare
un
cactofilo.
E'
la
fase
in
cui
si
legge
tutto
ciò
che
ha
a
che
fare
con
le
piante
grasse,
in
libri
e
riviste.
Si
cercano
appassionati
che
abitano
nella
zona,
si
aderisce
magari
ad
una
associazione.
Inizia
poi
una
spasmodica
ricerca
nella
rete,
si
scovano
sempre
nuovi
siti,
si
leggono
i
thread
su
qualche
News
Group,
ovvero
ci
si
iscrive
ad
una
Mailing
list:
e
un
mondo
nuovo
e
immenso
si
apre
ai
suoi
occhi.
Si
vorrebbe
possedere
tutte
quelle
piante
dalle
fioriture
stupende,
ed
è
proprio
qui
che
forse
qualche
consiglio
può
diventare
utile.
Ognuno
ha
i
suoi
gusti
che
è
giusto
rispettare,
ma
per
avere
successo
occorre
fare
i
conti
con
le
condizioni
di
vita
che
possiamo
offrire
alle
nostre
piante
in
rapporto
alle
loro
esigenze.
Chi
ha
un
semplice
balcone
può
coltivare,
durante
la
buona
stagione,
un
certo
tipo
di
piante
in
numero
proporzionale
allo
spazio
che
possiede.
Ma
d'inverno
dovrà
poterle
ricoverare
in
un
ambiente
non
riscaldato
all'interno
della
casa
a
meno
che
non
si
scelga
di
coltivare
Sempervivum,
Sedum,
Opuntia,
Chamaecereus
che
possono
restare
all'esterno
purché
protetti
dalla
pioggia.
Chi
possiede
una
terrazza
ha
molte
possibilità
in
più,
specialmente
se
può
approntare
un
riparo
dalle
intemperie
con
all'interno
una
stufetta
in
grado
di
mantenere
un
debole
tepore (4/6°C.).
I
fortunati
possessori
di
una
serra
non
hanno
limiti
in
fatto
di
specie
coltivabili.
Vorrei
avvertire,
a
questo
proposito,
che
sarebbe
preferibile
operare
delle
scelte
mirate,
indirizzando
il
proprio
interesse
verso
una
o
più
famiglie
o
generi.
Un
altro
criterio
potrebbe
essere
quello
geografico
coltivando
piante
di
diversi
generi
ma
che
in
natura
convivono
in
un
determinato
ambiente.
Queste
scelte
oltre
che
dettate
dal
gusto,
devono
tenere
conto
dell'esposizione
che
si è in
grado di
offrire.
Così
se
l'ambiente
è
esposto
a
Nord
possiamo
coltivare
Haworthia,
Gasteria,
diverse
Crassule,
cactus
epifiti.
Se
invece
riceve
sole
da
Sud
le
possibilità
sono
tantissime:
quasi
tutte
le
cactacee,
moltissime
succulente
compresi
i
graziosi
Lithops.
Durante
la
buona
stagione
sarà
anche
il
caso
di
predisporre
un
telo
ombreggiante.
Visto
che
siamo
ancora
dei
neofiti
sceglieremo
i
generi
meno
difficili
come
Aporocactus,
Echinopsis,
Ferocactus,
Notocactus,
Turbinicarpus,
Astrophytum,
Lobivia,
Echinocereus,
molte
Mammillarie,
e
per
chi
ama
i
cactus
colonnari:
Cereus,
Cephalocereus,
Cleistocactus,
Espostoa.
Fra
le
succulente
non
cactacee
la
nostra
scelta
potrebbe
cadere
su
Echeveria,
alcune
Euphorbia,
Mesembriantemi,
Kalanchoe,
Nolina,
Senecio,
Tacitus.
Una
volta
portate
a casa
le
piante
vanno
subito
rinvasate per
verificare
la
presenza
di
parassiti,
lo
stato
delle
radici ed
operare il
cambio del
substrato
secondo
quanto
sopra
indicato a
proposito
del
rinvaso.

LA NOMENCLATURA
Già
Aristotele
(384/322
a.C.)
aveva
effettuato
tentativi
per
cercare
di
mettere
ordine
nella
intricata
materia
della
varietà
degli
individui,
attraverso
schemi
che
potessero
risultare
semplici
ed
al
tempo
stesso
precisi.
La
classificazione
degli
organismi
è
un
sistema
gerarchico
di
livelli
entro
altri
livelli,
basata
su
ipotesi
evolutive
(secondo
quanto
individuò
Darwin)
che
nel
caso
delle
succulente,
poiché
di
origine
piuttosto
recente
sono,
allo
stato
attuale
delle
conoscenze,
di
difficile
catalogazione e
la
causa
primaria
della
confusione
tassonomica
che
le
contraddistingue.
L'odierno
sistema
di
nomenclatura
latina
a
carattere
binomiale
è
dovuto
al
naturalista
svedese
Carlo
Linneo
(1707-1778).
I
criteri
seguiti
nella
moderna
classificazione
sono
l'anatomia,
gli
stadi
di
sviluppo,
le
affinità
biochimiche
(sequenza
degli
amminoacidi
nelle
proteine
codificate
dal
DNA).
Il
regno
Piante,
per
quanto
di
nostro
interesse,
risulta
ora
rappresentato
dalle
Spermatofite
(Fanerogame)
caratterizzate
dalla
produzione
di
semi;
le
Spermatofite
si
suddividono
in
Angiosperme
(con
semi
e
fiori),
e
Gimnosperme
(semi
senza
fiori);
le
Angiosperme
a
loro
volta
si
distinguono
in
Dicotiledoni
(due
cotiledoni)
e
Monocotiledoni
(un
solo
cotiledone).
DEFINIZIONI
TASSONOMICHE.
Ai
nostri
fini
sono
importanti
le
famiglie
che
riuniscono
piante
aventi
caratteri
principali
ben
individuabili.
Si
aggiunge
la
desinenza
aceae.
Con
la
eventuale
sottofamiglia
la
desinenza
diventa
oideae.
Le
tribù
accolgono
piante
con
alcuni
caratteri
diversi
da
altri
soggetti
all'interno
della
stessa
famiglia.
Si
aggiunge
la
desinenza
eae,
(inae
in
caso
di
sottotribù).
Il
genere
comprende
specie
affini
con
alcuni
caratteri
in
comune.
Costituisce
il
cognome
della
pianta,
si
scrive
in
latino
con
la
lettera
iniziale
maiuscola
e
deve
essere
un
sostantivo.
L'impollinazione
fra
specie
diverse
dello
stesso
genere
costituisce
un
ibrido. In alcuni casi può esserci la presenza di un sottogenere, di una sezione, di
una sottosezione, di una serie e di una sottoserie.
La
specie (sp)
accomuna
piante
aventi
tutti
i
caratteri
in
comune.
Costituisce
il
nome
della
pianta,
sempre
espresso
in
latino
ma
con
la
lettera
minuscola.
Può
essere
un
aggettivo
che
in
tal
caso
concorda
col
genere,
o
un
sostantivo
per
cui
può
non
concordare,
o
un
nome
di
persona,
che
non
concorda
mai.
L'impollinazione
fra
due
piante
della
stessa
specie
produrrà
piante
simili
ai
loro
genitori.
La
sottospecie
(ssp
o subsp)
costituisce
un
gruppo
sistematico
di
rango
inferiore
alla
specie,
e
da
cui
differisce
per
qualche
caratteristica
importante.
La
varietà:
quando
dai
semi
di
una
pianta
si
ottengono
soggetti
con
caratteristiche
particolari
diverse
dalla
pianta
madre
si
assegna
un
terzo
nome
preceduto
dall'abbreviazione
var.
Cultivar: (cv)
varietà
selezionata
od
ottenuta
esclusivamente
mediante
coltivazione
attraverso
ibridazioni
o
selezioni.
Il nome
del cultivar
si
racchiude
fra
virgolette
semplici
con
l'iniziale
maiuscola,
in
aggiunta
al nome
notogenerico. Non è riconosciuta dalla classificazione ufficiale (I.C.S.G.).
Forma: (f. o fa) sta ad indicare una forma
particolare assunta da alcune piante e che ne ricorda la foggia. Neppure questa è riconosciuta dalla classificazione ufficiale.
Gli ibridi
possono
invece
avere sia
un'origine
naturale
che
artificiale,
per cui
possono
essere
indicati
dalla
combinazione
dei due
nomi delle
specie
genitrici
separati
da una
"x"
come in Haworthia
truncata x
maughanii o
da un
binomio
riferito
alla
specie
come
accade in Sempervivum
x roseum e
in
Echeveria
x
kirchneriana.
Se
l'ibrido
scaturisce
da due
generi
diversi è
permesso
attribuire
un nuovo
nome detto
"notogenerico"
formato
per intero
o in parte
dai due
nomi delle
piante
genitrici
come ad
esempio
avviene in
Pachyveria
(Pachyphytum
+
Echeveria)
e in
Aporophyllum
(Aporocactus
+
Epiphyllum).
Tutti i
nomi
botanici
si
scrivono
in
corsivo.
Il Field number (numero di campo) è rappresentato da una sigla,
e sta ad indicare che quel determinato campione, sia esso una pianta o dei semi, sono stati
raccolti, da personale specializzato ed autorizzato, in una determinata area geografica e che
pertanto costituisce una specie di certificato di origine. Tuttavia ciò non è sempre vero a causa
delle ibridazioni che il soggetto originario può aver subito nel tempo ad opera di vivaisti e
coltivatori poco accorti che hanno consentito l'impollinazione con piante aventi un diverso field
number o peggio appartenenti a specie diverse. Queste piante, ed i semi da esse prodotti,
dovrebbero perdere tale qualifica anche se spesso ciò non accade per motivi di ordine commerciale.

U.S.D.A. zone
|
USDA Zone (1990) |
Temperature (Celsius) |
Temperature (Fahrenheit) |
USDA Zone (1960) |
|
Zone 1 |
-45.6
e minori |
minori
-50 |
Zone 1 |
|
Zone 2a |
-42.8 to
-45.5 |
-45 to -50 |
Zone 2 |
|
Zone 2b |
-40.0 to
-42.7 |
-40 to -45 |
|
Zone 3a |
-37.3 to
-39.9 |
-35 to -40 |
Zone 3 |
|
Zone 3b |
-34.5 to
-37.2 |
-30 to -35 |
|
Zone 4a |
-31.7 to
-34.4 |
-25 to -30 |
Zone 4 |
|
Zone 4b |
-28.9 to
-31.6 |
-20 to -25 |
|
Zone 5a |
-26.2 to
-28.8 |
-15 to -20 |
Zone 5 |
|
Zone 5b |
-23.4 to
-26.1 |
-10 to -15 |
|
Zone 6a |
-20.6 to
-23.3 |
-5 to -10 |
Zone 6 |
|
Zone 6b |
-17.8 to
-20.5 |
0 to -5 |
|
Zone 7a |
-15.0 to
-17.7 |
5 to 0 |
Zone 7 |
|
Zone 7b |
-12.3 to
-14.9 |
10 to 5 |
|
Zone 8a |
-9.5 to
-12.2 |
15 to 10 |
Zone 8 |
|
Zone 8b |
-6.7 to -9.4 |
20 to 15 |
|
Zone 9a |
-3.9 to -6.6 |
25 to 20 |
Zone 9 |
|
Zone 9b |
-1.2 to -3.8 |
30 to 25 |
|
Zone 10a |
1.6 to -1.1 |
35 to 30 |
Zone 10 |
|
Zone 10b |
4.4 to 1.7 |
40 to 35 |
|
Zone 11 |
4.5
e maggiori |
40
e maggiori |
Zone 11 |
ZONE CLIMATICHE ITALIANE

|
|